Sulla sua tomba, nel cimitero di
Inhomirim, a Magé, è incisa una frase semplice: Aqui jaz em paz aquele que
foi a alegria do povo (qui giace in pace colui che fu la gioia del popolo).
Nulla di epico o trionfale, bensì
l'attestazione di essere stato, per qualcuno, motivo di gioia.
Manoel Francisco dos Santos nacque
nel 1933 a Pau Grande, un villaggio operaio vicino a Rio de Janeiro, con il
corpo già segnato: una gamba più corta dell'altra, la colonna vertebrale
storta, un leggero strabismo.
Bambino selvatico, cresciuto a
piedi scalzi tra i boschi, passava le giornate a inseguire un piccolo uccello
bruno che in portoghese si chiama garrincha: uno scricciolo dal canto
sproporzionato rispetto alla sua taglia. Fu la sorella Rosa a dargli quel nome,
per gioco, vedendolo correre dietro a quegli uccellini con la sua andatura
sbilenca.
Quando Manoel cominciò a giocare a
calcio, il soprannome cambiò significato senza che nessuno lo decidesse.La stessa andatura che da bambino
ricordava un passero che saltella, in campo diventò qualcosa che nessun
avversario riusciva a prevedere. Garrincha non dribblava per superare un
ostacolo; lo faceva anche quando non serviva, anche quando i compagni gli urlavano
di passare la palla.
Lo faceva perché gli veniva
naturale, nello stesso modo in cui un uccello canta non per comunicare
qualcosa, ma perché è nella sua natura farlo.
Di suo padre aveva ereditato poco:
la povertà, e il demone dell'alcol. Fuori dal campo quella dipendenza lo seguì
per tutta la vita, consumandolo lentamente fino alla morte, avvenuta nel
gennaio 1983 a soli quarantanove anni. Il popolo brasiliano lo riconobbe anche
in questo, come si riconosce qualcuno che porta i segni di una lotta che si
conosce bene.
Si racconta, e la storia vale
comunque tutta intera sia che sia vera sia che sia leggendaria, che dopo la
vittoria ai Mondiali la nazionale brasiliana fu ricevuta da un'alta carica
dello Stato, che promise a ciascun giocatore un premio a sua scelta. Quando
arrivò il suo turno, Garrincha aveva tenuto lo sguardo fisso, dall'inizio, su
una gabbia con un uccellino in un angolo della sala. Chiese solo che venisse
liberato.
Nessuno gli credette, all'inizio.
Poi capirono che non stava scherzando.
C'è qualcosa, in quel gesto, che va
oltre la bizzarria o la generosità.
Un uomo il cui corpo era stato
giudicato sbagliato prima ancora che imparasse a camminare aveva riconosciuto
qualcosa di sé in quell'uccellino prigioniero. Come se certi esseri, segnati in
un modo o nell'altro, si riconoscessero tra loro senza bisogno di parole.
Non lo amò perché vinceva, anche se
vinceva. Lo amò perché in lui vedeva qualcosa di sé: il corpo imperfetto che si
muove lo stesso, la gioia che non chiede il permesso, la libertà come unica
forma di fedeltà a se stessi. E lo amò anche nelle sue cadute, senza chiedere
spiegazioni.
Il giorno della sua morte il
Maracanã si riempì per l'ultimo saluto. La bara fu sollevata con le proprie
mani, di persona in persona, fino al cimitero del paese natale.
Non stavano salutando un campione.
Stavano salutando qualcuno che li aveva riconosciuti e nel quale si erano
riconosciuti, senza che nessuno avesse mai pronunciato una sola parola in
proposito.La gabbia rimase aperta.
L'uccellino volò via.
E il filo invisibile tra Garrincha
e quel popolo, fatto della stessa materia del riconoscimento, non si è mai
spezzato. Si è solo teso, silenzioso, attraverso il tempo.
2.7.26
La gioia del popolo
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