2.7.26

La gioia del popolo

Sulla sua tomba, nel cimitero di Inhomirim, a Magé, è incisa una frase semplice: Aqui jaz em paz aquele que foi a alegria do povo (qui giace in pace colui che fu la gioia del popolo).
Nulla di epico o trionfale, bensì l'attestazione di essere stato, per qualcuno, motivo di gioia.
Manoel Francisco dos Santos nacque nel 1933 a Pau Grande, un villaggio operaio vicino a Rio de Janeiro, con il corpo già segnato: una gamba più corta dell'altra, la colonna vertebrale storta, un leggero strabismo.
Bambino selvatico, cresciuto a piedi scalzi tra i boschi, passava le giornate a inseguire un piccolo uccello bruno che in portoghese si chiama garrincha: uno scricciolo dal canto sproporzionato rispetto alla sua taglia. Fu la sorella Rosa a dargli quel nome, per gioco, vedendolo correre dietro a quegli uccellini con la sua andatura sbilenca.
Quando Manoel cominciò a giocare a calcio, il soprannome cambiò significato senza che nessuno lo decidesse.La stessa andatura che da bambino ricordava un passero che saltella, in campo diventò qualcosa che nessun avversario riusciva a prevedere. Garrincha non dribblava per superare un ostacolo; lo faceva anche quando non serviva, anche quando i compagni gli urlavano di passare la palla.
Lo faceva perché gli veniva naturale, nello stesso modo in cui un uccello canta non per comunicare qualcosa, ma perché è nella sua natura farlo.
Di suo padre aveva ereditato poco: la povertà, e il demone dell'alcol. Fuori dal campo quella dipendenza lo seguì per tutta la vita, consumandolo lentamente fino alla morte, avvenuta nel gennaio 1983 a soli quarantanove anni. Il popolo brasiliano lo riconobbe anche in questo, come si riconosce qualcuno che porta i segni di una lotta che si conosce bene.
Si racconta, e la storia vale comunque tutta intera sia che sia vera sia che sia leggendaria, che dopo la vittoria ai Mondiali la nazionale brasiliana fu ricevuta da un'alta carica dello Stato, che promise a ciascun giocatore un premio a sua scelta. Quando arrivò il suo turno, Garrincha aveva tenuto lo sguardo fisso, dall'inizio, su una gabbia con un uccellino in un angolo della sala. Chiese solo che venisse liberato.
Nessuno gli credette, all'inizio. Poi capirono che non stava scherzando.
C'è qualcosa, in quel gesto, che va oltre la bizzarria o la generosità.
Un uomo il cui corpo era stato giudicato sbagliato prima ancora che imparasse a camminare aveva riconosciuto qualcosa di sé in quell'uccellino prigioniero. Come se certi esseri, segnati in un modo o nell'altro, si riconoscessero tra loro senza bisogno di parole.
Non lo amò perché vinceva, anche se vinceva. Lo amò perché in lui vedeva qualcosa di sé: il corpo imperfetto che si muove lo stesso, la gioia che non chiede il permesso, la libertà come unica forma di fedeltà a se stessi. E lo amò anche nelle sue cadute, senza chiedere spiegazioni.
Il giorno della sua morte il Maracanã si riempì per l'ultimo saluto. La bara fu sollevata con le proprie mani, di persona in persona, fino al cimitero del paese natale.
Non stavano salutando un campione. Stavano salutando qualcuno che li aveva riconosciuti e nel quale si erano riconosciuti, senza che nessuno avesse mai pronunciato una sola parola in proposito.La gabbia rimase aperta. L'uccellino volò via.
E il filo invisibile tra Garrincha e quel popolo, fatto della stessa materia del riconoscimento, non si è mai spezzato. Si è solo teso, silenzioso, attraverso il tempo.

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