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| ph: Walter Spinapolice |
Nel 1938 Walker Evans ottenne un
permesso speciale per portare una macchina fotografica nascosta sotto il
cappotto nella metropolitana di New York. Per due anni fotografò passeggeri che
non sapevano di essere guardati. Il progetto si chiamò Many Are Called.
Il titolo non spiegava nulla. Era semplicemente lì, come una domanda lasciata
aperta.
Quella domanda non ha ancora
trovato risposta.
C'è un gesto che la fotografia di
strada compie e che nessun altro linguaggio riesce a replicare: isola un
frammento di esistenza dal flusso del tempo e lo consegna all'immobilità.
Non lo interpreta, non lo giudica, lo
trattiene.
In quel trattenere c'è qualcosa che
somiglia alla pietà nel senso più antico; attenzione, responsabilità verso ciò
che altrimenti svanirebbe inosservato.
Il soggetto non ha scelto di
esserlo. Eppure in quell'istante involontario diventa eterno ed il fotografo ha
detto, senza parole, che merita di restare.
È un riconoscimento gratuito, non
richiesto, impossibile da ricambiare. Forse la forma più pura di connessione
proprio per questo.
Levinas scriveva che il volto
dell'altro è un appello etico che precede ogni parola.
Non si può guardare un volto umano
senza essere già chiamati a rispondere.
La fotografia di strada vive in
quella tensione: c'è qualcosa di invasivo nel puntare un obiettivo su uno
sconosciuto, ma c'è anche qualcosa di profondamente necessario nel riconoscere
che quel volto conta, che la sua esistenza merita un testimone.
Esiste però una fotografia più
radicale di quella che finisce su una pellicola.
È quella che non viene scattata,
vale a dire quando il fotografo capisce che catturare quell'immagine
significherebbe rompere qualcosa di fragile.
Resta allora un fermo immagine
sospeso nello sguardo, un segreto tra due estranei che continuano il loro
cammino senza essersi detti nulla, eppure entrambi mutati.
Quella fotografia invisibile non
lascia traccia, non raggiungerà mai gli occhi di nessuno.
Ma è esistita.
Many Are Called viene dal Vangelo di Matteo: molti
sono chiamati, ma pochi sono eletti.
Nel contesto originale parla di
salvezza, in quello di Evans — centinaia di volti anonimi ignari di tutto —
parla forse di quanto sia affollato il mondo di esistenze che non vengono
viste.
E di quanto rari siano coloro che
decidono di fermarsi a guardarle.

