30.4.26

Qualcuno che sappia restare

Nel 1973, l'antropologa Dana Raphael recuperò il termine greco doula, letteralmente "donna al servizio di un'altra", per restituire nome e dignità a un ruolo antichissimo.
    Prima che la nascita venisse assorbita dalla medicalizzazione moderna, esisteva una rete di figure femminili che accompagnava il parto con una presenza continua, concreta, profonda; non un aiuto soltanto pratico, ma una vicinanza umana che custodiva la donna nel momento in cui la vita, aprendosi, la esponeva interamente a sé stessa.
    In quella parola sopravvive qualcosa che l'Occidente ha progressivamente consegnato ai protocolli clinici e ai criteri di efficienza; Raphael mostrò che questa trasformazione non è stata senza conseguenze e che la scomparsa di quella prossimità femminile produce effetti misurabili sull'allattamento e sull'equilibrio psicologico del post partum..
    Ma la parola doula custodisce anche qualcosa di ulteriore, in quanto ricorda che esistono passaggi della vita nei quali l'essere umano non cerca soltanto assistenza, ma una presenza che non si lasci ridurre a procedura.
    La doula del parto abita proprio questo spazio.
    Non sostituisce l'ostetrica, in quanto non entra -e non potrebbe- nel campo della cura clinica, ma resta accanto alla donna là dove tutto rischia di diventare misurazione e controllo, custodendo quelle sensazioni che non trovano cittadinanze nei referti.
    Dopo il parto, questo stesso gesto si sposta in una zona più silenziosa.
    La nascita attira gli sguardi verso il neonato, solo raramente lo sguardo resta fermo su chi quella soglia l'ha attraversata.
    La doula della puerpera, viceversa, riconosce la madre nel tempo sospeso della stanchezza, delle notti interrotte, dell’inadeguatezza, di quella trasformazione che tutti vedono e che quasi nessuno sa davvero accompagnare.
    Espressione materializzata di quei momenti in cui essere riconosciuti significa non disperdersi.
    La stessa intuizione riappare, in forma ancora più nuda, nella doula del fine vita.
    Anche qui la scena è una soglia in cui il linguaggio tecnico, pur necessario, non basta a colmare tutto ciò che accade.
    Nelle culture premoderne la morte avveniva in casa, dentro una trama di gesti, riti e presenze che la rendevano, almeno in parte, condivisa; la modernità l'ha spostata negli ospedali, lasciando quasi senza parole il confine tra la vita e ciò che viene dopo.
    La doula del fine vita abita quel varco.
    Fa ciò che nessun altro fa: resta.
    Aiuta a dare forma ai pensieri sospesi, ai desideri ultimi, alle paure che non trovano voce, ai commiati che rischiano di rimanere inespressi, proprio quando non è una risposta a salvare, ma la vicinanza di qualcuno che abbia la forza di non fuggire.
    Ciò che accomuna queste figure non è la competenza tecnica, ma la capacità di presidiare quelle soglie così delicate.
    Là dove la vita comincia, cambia forma o si spegne, riappare il bisogno di una presenza capace di stare accanto senza occupare, di sostenere senza dirigere, di esserci senza imporsi.
    Dana Raphael cercava una parola per qualcosa che sembrava aver perso nome, ne trovò una antica.
    Forse perché certe realtà umane non scompaiono davvero; restano sotto traccia, come fili invisibili tra le persone, e attendono soltanto che qualcuno impari di nuovo a riconoscerle.



16.4.26

Il testimone invisibile

ph: Walter Spinapolice

Nel 1938 Walker Evans ottenne un permesso speciale per portare una macchina fotografica nascosta sotto il cappotto nella metropolitana di New York. Per due anni fotografò passeggeri che non sapevano di essere guardati. Il progetto si chiamò Many Are Called. Il titolo non spiegava nulla. Era semplicemente lì, come una domanda lasciata aperta.
Quella domanda non ha ancora trovato risposta.
C'è un gesto che la fotografia di strada compie e che nessun altro linguaggio riesce a replicare: isola un frammento di esistenza dal flusso del tempo e lo consegna all'immobilità.
Non lo interpreta, non lo giudica, lo trattiene.
In quel trattenere c'è qualcosa che somiglia alla pietà nel senso più antico; attenzione, responsabilità verso ciò che altrimenti svanirebbe inosservato.
Il soggetto non ha scelto di esserlo. Eppure in quell'istante involontario diventa eterno ed il fotografo ha detto, senza parole, che merita di restare.
È un riconoscimento gratuito, non richiesto, impossibile da ricambiare. Forse la forma più pura di connessione proprio per questo.
Levinas scriveva che il volto dell'altro è un appello etico che precede ogni parola.
Non si può guardare un volto umano senza essere già chiamati a rispondere.
La fotografia di strada vive in quella tensione: c'è qualcosa di invasivo nel puntare un obiettivo su uno sconosciuto, ma c'è anche qualcosa di profondamente necessario nel riconoscere che quel volto conta, che la sua esistenza merita un testimone.
Esiste però una fotografia più radicale di quella che finisce su una pellicola.
È quella che non viene scattata, vale a dire quando il fotografo capisce che catturare quell'immagine significherebbe rompere qualcosa di fragile.
Resta allora un fermo immagine sospeso nello sguardo, un segreto tra due estranei che continuano il loro cammino senza essersi detti nulla, eppure entrambi mutati.
Quella fotografia invisibile non lascia traccia, non raggiungerà mai gli occhi di nessuno.
Ma è esistita.
Many Are Called viene dal Vangelo di Matteo: molti sono chiamati, ma pochi sono eletti.
Nel contesto originale parla di salvezza, in quello di Evans — centinaia di volti anonimi ignari di tutto — parla forse di quanto sia affollato il mondo di esistenze che non vengono viste.
E di quanto rari siano coloro che decidono di fermarsi a guardarle.


2.4.26

L'inviolabile

 

Il 5 settembre 1970, alle 15:08, la Lotus 72 di Jochen Rindt percorre il rettilineo che porta alla Parabolica di Monza ad oltre 260 chilometri orari. Poi qualcosa cede — un freno, forse un albero di trasmissione, non sarà mai del tutto chiarito — e la vettura scivola sotto i guard-rail con una violenza silenziosa, quasi chirurgica. Rindt muore per le ferite alla gola causate dalle cinture di sicurezza, proprio quelle che avrebbero dovuto salvarlo.
Ha ventotto anni. È il pilota più veloce della sua generazione ed ha già deciso che quella sarà la sua ultima stagione; ha detto a sua moglie Nina che vuole ritirarsi campione.
Quello che accade dopo è qualcosa che la storia dello sport non aveva mai visto e non vedrà mai più.
Jochen Rindt non smette di vincere.
Il campionato mondiale di Formula 1 continua ed i punti vengono assegnati con la stessa precisione asettica di sempre, mentre lui è ancora lì, in cima alla classifica, inamovibile, con le stesse regole con cui vi era arrivato da vivo, ma nessuno lo raggiunge.
Il 4 ottobre 1970, a Watkins Glen, il campionato si chiude matematicamente e Jochen Rindt è campione del mondo di Formula 1.
Non è un riconoscimento postumo, ma un campionato vinto sul campo, come un vivo, da un uomo che non era più vivo.
Lo scintillante trofeo viene consegnato a Nina, sua moglie. Nina lo prende in mano e in quel preciso momento — le dita di una donna viva che stringono la vittoria di un uomo che non c'è più — la luce riflessa sul metallo diventa qualcosa di diverso: una connessione tra due piani della stessa realtà, in cui ciò che era e ciò che è si toccano senza confondersi.
Non è lutto. Non è consolazione.
Rindt aveva fatto una promessa e il destino la mantenne, a modo suo, con una precisione che ha tutto il sapore dell'ironia e non già della consolazione.
Si era ritirato. Era campione.
Siamo abituati a pensare che la morte separi. Che da una parte ci siano i vivi e dall'altra i morti, e che tra i due mondi non passi nulla di reale. Ma la storia di Jochen Rindt, come certificata dai regolamenti, dall'aritmetica, dai punti in classifica, dice qualcosa di diverso.
Nina lo sa, stringendo quel trofeo.
Quella scintilla continua a brillare, a più di cinquant'anni di distanza, in chiunque incontri questa storia per la prima volta e senta che lo riguarda, senza sapere bene perché.
Come in questo momento.