16.4.26

Il testimone invisibile

ph: Walter Spinapolice

Nel 1938 Walker Evans ottenne un permesso speciale per portare una macchina fotografica nascosta sotto il cappotto nella metropolitana di New York. Per due anni fotografò passeggeri che non sapevano di essere guardati. Il progetto si chiamò Many Are Called. Il titolo non spiegava nulla. Era semplicemente lì, come una domanda lasciata aperta.
Quella domanda non ha ancora trovato risposta.
C'è un gesto che la fotografia di strada compie e che nessun altro linguaggio riesce a replicare: isola un frammento di esistenza dal flusso del tempo e lo consegna all'immobilità.
Non lo interpreta, non lo giudica, lo trattiene.
In quel trattenere c'è qualcosa che somiglia alla pietà nel senso più antico; attenzione, responsabilità verso ciò che altrimenti svanirebbe inosservato.
Il soggetto non ha scelto di esserlo. Eppure in quell'istante involontario diventa eterno ed il fotografo ha detto, senza parole, che merita di restare.
È un riconoscimento gratuito, non richiesto, impossibile da ricambiare. Forse la forma più pura di connessione proprio per questo.
Levinas scriveva che il volto dell'altro è un appello etico che precede ogni parola.
Non si può guardare un volto umano senza essere già chiamati a rispondere.
La fotografia di strada vive in quella tensione: c'è qualcosa di invasivo nel puntare un obiettivo su uno sconosciuto, ma c'è anche qualcosa di profondamente necessario nel riconoscere che quel volto conta, che la sua esistenza merita un testimone.
Esiste però una fotografia più radicale di quella che finisce su una pellicola.
È quella che non viene scattata, vale a dire quando il fotografo capisce che catturare quell'immagine significherebbe rompere qualcosa di fragile.
Resta allora un fermo immagine sospeso nello sguardo, un segreto tra due estranei che continuano il loro cammino senza essersi detti nulla, eppure entrambi mutati.
Quella fotografia invisibile non lascia traccia, non raggiungerà mai gli occhi di nessuno.
Ma è esistita.
Many Are Called viene dal Vangelo di Matteo: molti sono chiamati, ma pochi sono eletti.
Nel contesto originale parla di salvezza, in quello di Evans — centinaia di volti anonimi ignari di tutto — parla forse di quanto sia affollato il mondo di esistenze che non vengono viste.
E di quanto rari siano coloro che decidono di fermarsi a guardarle.


2.4.26

L'inviolabile

 

Il 5 settembre 1970, alle 15:08, la Lotus 72 di Jochen Rindt percorre il rettilineo che porta alla Parabolica di Monza ad oltre 260 chilometri orari. Poi qualcosa cede — un freno, forse un albero di trasmissione, non sarà mai del tutto chiarito — e la vettura scivola sotto i guard-rail con una violenza silenziosa, quasi chirurgica. Rindt muore per le ferite alla gola causate dalle cinture di sicurezza, proprio quelle che avrebbero dovuto salvarlo.
Ha ventotto anni. È il pilota più veloce della sua generazione ed ha già deciso che quella sarà la sua ultima stagione; ha detto a sua moglie Nina che vuole ritirarsi campione.
Quello che accade dopo è qualcosa che la storia dello sport non aveva mai visto e non vedrà mai più.
Jochen Rindt non smette di vincere.
Il campionato mondiale di Formula 1 continua ed i punti vengono assegnati con la stessa precisione asettica di sempre, mentre lui è ancora lì, in cima alla classifica, inamovibile, con le stesse regole con cui vi era arrivato da vivo, ma nessuno lo raggiunge.
Il 4 ottobre 1970, a Watkins Glen, il campionato si chiude matematicamente e Jochen Rindt è campione del mondo di Formula 1.
Non è un riconoscimento postumo, ma un campionato vinto sul campo, come un vivo, da un uomo che non era più vivo.
Lo scintillante trofeo viene consegnato a Nina, sua moglie. Nina lo prende in mano e in quel preciso momento — le dita di una donna viva che stringono la vittoria di un uomo che non c'è più — la luce riflessa sul metallo diventa qualcosa di diverso: una connessione tra due piani della stessa realtà, in cui ciò che era e ciò che è si toccano senza confondersi.
Non è lutto. Non è consolazione.
Rindt aveva fatto una promessa e il destino la mantenne, a modo suo, con una precisione che ha tutto il sapore dell'ironia e non già della consolazione.
Si era ritirato. Era campione.
Siamo abituati a pensare che la morte separi. Che da una parte ci siano i vivi e dall'altra i morti, e che tra i due mondi non passi nulla di reale. Ma la storia di Jochen Rindt, come certificata dai regolamenti, dall'aritmetica, dai punti in classifica, dice qualcosa di diverso.
Nina lo sa, stringendo quel trofeo.
Quella scintilla continua a brillare, a più di cinquant'anni di distanza, in chiunque incontri questa storia per la prima volta e senta che lo riguarda, senza sapere bene perché.
Come in questo momento.