2.4.26

L'inviolabile

 

Il 5 settembre 1970, alle 15:08, la Lotus 72 di Jochen Rindt percorre il rettilineo che porta alla Parabolica di Monza ad oltre 260 chilometri orari. Poi qualcosa cede — un freno, forse un albero di trasmissione, non sarà mai del tutto chiarito — e la vettura scivola sotto i guard-rail con una violenza silenziosa, quasi chirurgica. Rindt muore per le ferite alla gola causate dalle cinture di sicurezza, proprio quelle che avrebbero dovuto salvarlo.
Ha ventotto anni. È il pilota più veloce della sua generazione ed ha già deciso che quella sarà la sua ultima stagione; ha detto a sua moglie Nina che vuole ritirarsi campione.
Quello che accade dopo è qualcosa che la storia dello sport non aveva mai visto e non vedrà mai più.
Jochen Rindt non smette di vincere.
Il campionato mondiale di Formula 1 continua ed i punti vengono assegnati con la stessa precisione asettica di sempre, mentre lui è ancora lì, in cima alla classifica, inamovibile, con le stesse regole con cui vi era arrivato da vivo, ma nessuno lo raggiunge.
Il 4 ottobre 1970, a Watkins Glen, il campionato si chiude matematicamente e Jochen Rindt è campione del mondo di Formula 1.
Non è un riconoscimento postumo, ma un campionato vinto sul campo, come un vivo, da un uomo che non era più vivo.
Lo scintillante trofeo viene consegnato a Nina, sua moglie. Nina lo prende in mano e in quel preciso momento — le dita di una donna viva che stringono la vittoria di un uomo che non c'è più — la luce riflessa sul metallo diventa qualcosa di diverso: una connessione tra due piani della stessa realtà, in cui ciò che era e ciò che è si toccano senza confondersi.
Non è lutto. Non è consolazione.
Rindt aveva fatto una promessa e il destino la mantenne, a modo suo, con una precisione che ha tutto il sapore dell'ironia e non già della consolazione.
Si era ritirato. Era campione.
Siamo abituati a pensare che la morte separi. Che da una parte ci siano i vivi e dall'altra i morti, e che tra i due mondi non passi nulla di reale. Ma la storia di Jochen Rindt, come certificata dai regolamenti, dall'aritmetica, dai punti in classifica, dice qualcosa di diverso.
Nina lo sa, stringendo quel trofeo.
Quella scintilla continua a brillare, a più di cinquant'anni di distanza, in chiunque incontri questa storia per la prima volta e senta che lo riguarda, senza sapere bene perché.
Come in questo momento.

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