11.6.26

La stessa voce, due bandiere

Nel 1905 il governo britannico decise di tagliare il Bengala in due. La motivazione ufficiale era amministrativa, in quanto la provincia era troppo grande per essere governata, tuttavia la logica reale era quella di dividere una popolazione unita dalla lingua, dalla cultura, dalla storia, separando i bengalesi musulmani da quelli indù, indebolendo così un movimento di resistenza che stava diventando pericoloso.
Rabindranath Tagore aveva quarantaquattro anni. Era già un poeta di fama, erede di una delle famiglie intellettuali più influenti di Calcutta. La partizione lo colpì profondamente, al punto tale che compose canzoni che la gente cantava mentre marciava. Una di quelle canzoni si chiamava Amar Sonar Bangla, il mio dorato Bengala.
La partizione del 1905 fu annullata nel 1911, anche per la pressione del movimento che Tagore aveva contribuito ad alimentare.
Nel 1913 arrivò il Nobel per la letteratura — primo non europeo a riceverlo — per il Gitanjali, una raccolta di inni e meditazioni che Tagore stesso aveva tradotto in inglese durante una traversata in nave, su fogli sparsi che quasi andarono perduti.
Il mondo occidentale scoprì in lui una voce che parlava di spiritualità, di natura, di connessione tra l'uomo e l'infinito, con una semplicità che non aveva nulla di ingenuo.
Tagore continuò a scrivere, a comporre, a dipingere, lasciando circa 2.232 canzoni — i Rabindra Sangeet — che coprono ogni registro dell'esperienza umana: l'amore, il lutto, le stagioni, la solitudine, la gioia, il senso del sacro.
Morì nel 1941, a ottant'anni e sei anni dopo arrivò la partizione definitiva, disegnata in fretta da funzionari britannici su mappe che non conoscevano.
Il Bengala fu tagliato di nuovo, questa volta per sempre. A Ovest rimase il West Bengal indiano; a Est nacque il Pakistan Orientale, separato dal Pakistan Occidentale da quasi duemila chilometri di territorio indiano.
Una geografia impossibile, tenuta insieme solo dall'identità religiosa. Stessa lingua, stesse tradizioni, comprese le canzoni.
Nel 1971, dopo una guerra civile tra Pakistan Occidentale ed Orientale, quest’ultima entità si separò e divenne Bangladesh, assumendo come inno nazionale, proprio Amar Sonar Bangla.
La stessa canzone scritta nel 1905 per tenere unito il Bengala diventava, quindi, l'inno di una nazione nata dalla separazione.
Dall'altra parte della frontiera, l'India adottò nel 1950 Jana Gana Mana, composto sempre da Tagore nel 1911. Due inni diversi, nati dalla stessa voce.
Tagore non scriveva per le nazioni, ma per un Bengala che nella sua mente era indivisibile; i suoi canti volevano unire ciò che la politica intendeva separare.
Oggi quelle parole sono la voce ufficiale di due Stati sovrani divisi da confini e ferite aperte. Eppure, ogni mattina, risuonano identiche oltre il filo spinato.
Forse Tagore sapeva che le canzoni scritte per unire un mondo sanno attraversarne le fratture, ignorando i confini come se non fossero mai esistiti.
La musica, diceva, riempie l'infinito tra due anime.
Un infinito che non è vuoto, ma fatto di voci e parole capaci di superare fiumi, barriere e decenni per arrivare, alla fine, dove devono.


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