Nel 1905 il governo britannico
decise di tagliare il Bengala in due. La motivazione ufficiale era
amministrativa, in quanto la provincia era troppo grande per essere governata,
tuttavia la logica reale era quella di dividere una popolazione unita dalla lingua,
dalla cultura, dalla storia, separando i bengalesi musulmani da quelli indù,
indebolendo così un movimento di resistenza che stava diventando pericoloso.
Rabindranath Tagore aveva
quarantaquattro anni. Era già un poeta di fama, erede di una delle famiglie
intellettuali più influenti di Calcutta. La partizione lo colpì profondamente,
al punto tale che compose canzoni che la gente cantava mentre marciava. Una di
quelle canzoni si chiamava Amar Sonar Bangla, il mio dorato Bengala.
La partizione del 1905 fu annullata
nel 1911, anche per la pressione del movimento che Tagore aveva contribuito ad
alimentare.
Nel 1913 arrivò il Nobel per la
letteratura — primo non europeo a riceverlo — per il Gitanjali, una
raccolta di inni e meditazioni che Tagore stesso aveva tradotto in inglese
durante una traversata in nave, su fogli sparsi che quasi andarono perduti.
Il mondo occidentale scoprì in lui
una voce che parlava di spiritualità, di natura, di connessione tra l'uomo e
l'infinito, con una semplicità che non aveva nulla di ingenuo.
Tagore continuò a scrivere, a
comporre, a dipingere, lasciando circa 2.232 canzoni — i Rabindra Sangeet
— che coprono ogni registro dell'esperienza umana: l'amore, il lutto, le
stagioni, la solitudine, la gioia, il senso del sacro.
Morì nel 1941, a ottant'anni e sei
anni dopo arrivò la partizione definitiva, disegnata in fretta da funzionari
britannici su mappe che non conoscevano.
Il Bengala fu tagliato di nuovo,
questa volta per sempre. A Ovest rimase il West Bengal indiano; a Est nacque il
Pakistan Orientale, separato dal Pakistan Occidentale da quasi duemila
chilometri di territorio indiano.
Una geografia impossibile, tenuta
insieme solo dall'identità religiosa. Stessa lingua, stesse tradizioni,
comprese le canzoni.
Nel 1971, dopo una guerra civile
tra Pakistan Occidentale ed Orientale, quest’ultima entità si separò e divenne
Bangladesh, assumendo come inno nazionale, proprio Amar Sonar Bangla.
La stessa canzone scritta nel 1905
per tenere unito il Bengala diventava, quindi, l'inno di una nazione nata dalla
separazione.
Dall'altra parte della frontiera,
l'India adottò nel 1950 Jana Gana Mana, composto sempre da Tagore nel
1911. Due inni diversi, nati dalla stessa voce.
Tagore non scriveva per le nazioni,
ma per un Bengala che nella sua mente era indivisibile; i suoi canti volevano
unire ciò che la politica intendeva separare.
Oggi quelle parole sono la voce
ufficiale di due Stati sovrani divisi da confini e ferite aperte. Eppure, ogni
mattina, risuonano identiche oltre il filo spinato.
Forse Tagore sapeva che le canzoni
scritte per unire un mondo sanno attraversarne le fratture, ignorando i confini
come se non fossero mai esistiti.
La musica, diceva, riempie
l'infinito tra due anime.
Un infinito che non è vuoto, ma
fatto di voci e parole capaci di superare fiumi, barriere e decenni per
arrivare, alla fine, dove devono.
11.6.26
La stessa voce, due bandiere
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