Sui rami di un bosco di oyamel
(l’abete sacro messicano), a tremila metri sulle montagne del Michoacán, le
farfalle stanno appese a milioni, in strati spessi come corteccia.
Da lontano sembrano alberi che
hanno cambiato colore tutti insieme, ma nessuna di quelle farfalle è mai stata
lì prima.
La farfalla monarca che parte in
autunno dai campi dell'Ontario è la quarta generazione dell'anno, l'unica che
rinuncia a riprodursi e vive otto mesi invece di quattro settimane.
Vola quattromila chilometri, sverna
sulle montagne messicane, riparte in primavera, depone le uova nel nord del
Texas e muore; saranno i suoi figli, e poi i nipoti, a risalire verso il
Canada.
Il viaggio dura più di una vita.
Nessuna monarca lo compie per intero, e nessuna può insegnarlo a un'altra.
Eppure arrivano, orientandosi con
una bussola solare regolata da un orologio interno, nelle antenne.
Non è una mappa, ma una direzione semplicemente
ereditata.
Quel che sconcerta è che non
tornano soltanto nella stessa foresta, ma sugli stessi alberi.
In un sito costiero della
California, monitorato per sei anni, undici alberi su trecentoventi hanno
raccolto oltre l'ottanta per cento degli avvistamenti.
Quel bosco, gli uomini l'hanno
trovato tardi.
Fred Urquhart, zoologo canadese,
aveva passato trentotto anni a incollare etichette numerate sulle ali delle
monarca, sperando che qualcuno gliene rispedisse una da sud, distribuendone a
migliaia, a chiunque volesse aiutarlo.
Salì al bosco nel gennaio del 1976,
a settantun anni, faticando sulle pendenze.
Un ramo carico si spezzò accanto a
lui e le farfalle si rovesciarono al suolo. Si chinò, e su un'ala trovò
un'etichetta bianca.
Veniva dal Minnesota.
L'avevano applicata un insegnante e
uno studente, in un pomeriggio d'autunno, prima di lasciar andare la farfalla
senza sapere dove sarebbe finita.
Loro non seppero mai di essere
arrivati fin lì.
Urquhart non seppe mai i loro nomi.
Ed il bosco resta sulle stesse
pendici, ad aspettare, connettendole tra loro, creature che non lo conoscono.
30.7.26
Alberi che nessuno ha mai visto
16.7.26
Stranieri nella stessa lingua
C'è un'ora, nei porti del
Mediterraneo, in cui le lingue si confondono più del solito.
Succede di sera, quando i marinai
scendono a terra e devono intendersi in fretta per un carico, un prezzo o un
avvertimento sul tempo che cambia; si capiscono anche se nessuno ha studiato la
lingua dell'altro.
Le parole che usano non
appartengono del tutto a nessuno, sono un po' veneziane, un po' arabe, un po'
francesi, impastate insieme come la sabbia e il sale sulle reti stese ad
asciugare.
Quella lingua si chiamava Sabir e
nacque non da un trattato né da una grammatica, ma dal bisogno quotidiano di fronteggiarsi,
l’uno accanto all’altro, con uomini venuti da altrove e costruire insieme
qualcosa.
Una lingua di passaggio, fatta
apposta per chi non ne aveva una sola.
Nel 2018 i Radiodervish hanno
deciso di farla riaffiorare.
I due musicisti, che vengono l'uno
dalla Puglia e l'altro da una famiglia palestinese, hanno scritto un disco che
porta il nome di quella condizione doppia che il Sabir custodiva: Il sangre
e il sal.
Il sangue, dicono, è ciò che lega
alle proprie origini, il sale è ciò che il viaggio lascia addosso, il segno di
essersi mescolati con altro.
Nella canzone che chiude l'album,
cantata proprio in quella lingua dei porti, le due cose non si combattono, ma
convivono nello stesso respiro.Il corpo di un uomo resta sempre
quello che è: una pelle, un accento, una storia che viene da un luogo preciso.
Ma l'anima, quando incontra
un'altra anima, non chiede patenti; trova un terreno comune anche senza
condividere nulla in partenza — un gesto, un ritmo, una parola storpiata che
basta a farsi capire.
Il Sabir era l’evidente prova che
due corpi diversi possono restare diversi, e nello stesso tempo trovare
un'unica voce per dirsi le cose che contano.
Forse non è un caso che a
riportarlo in musica siano stati proprio due uomini di mondi diversi; non hanno
tradotto l'uno la lingua dell'altro ma hanno scelto la lingua di nessuno,
quella che apparteneva a tutti i marinai insieme.
È una scelta che dice qualcosa di
più grande del Mediterraneo e cioè che ogni volta che due persone si capiscono
davvero, senza appartenere alla stessa terra, stanno inventando — senza saperlo
— un piccolo Sabir tutto loro.
In qualche porto, ancora oggi, due
uomini che non parlano la stessa lingua si accordano su un prezzo a gesti,
ripetendo una parola storpiata finché non suona giusta a entrambi.
Nessuno dei due saprebbe dire in
che lingua hanno appena parlato.
2.7.26
La gioia del popolo
Sulla sua tomba, nel cimitero di
Inhomirim, a Magé, è incisa una frase semplice: Aqui jaz em paz aquele que
foi a alegria do povo (qui giace in pace colui che fu la gioia del popolo).
Nulla di epico o trionfale, bensì
l'attestazione di essere stato, per qualcuno, motivo di gioia.
Manoel Francisco dos Santos nacque
nel 1933 a Pau Grande, un villaggio operaio vicino a Rio de Janeiro, con il
corpo già segnato: una gamba più corta dell'altra, la colonna vertebrale
storta, un leggero strabismo.
Bambino selvatico, cresciuto a
piedi scalzi tra i boschi, passava le giornate a inseguire un piccolo uccello
bruno che in portoghese si chiama garrincha: uno scricciolo dal canto
sproporzionato rispetto alla sua taglia. Fu la sorella Rosa a dargli quel nome,
per gioco, vedendolo correre dietro a quegli uccellini con la sua andatura
sbilenca.
Quando Manoel cominciò a giocare a
calcio, il soprannome cambiò significato senza che nessuno lo decidesse.La stessa andatura che da bambino
ricordava un passero che saltella, in campo diventò qualcosa che nessun
avversario riusciva a prevedere. Garrincha non dribblava per superare un
ostacolo; lo faceva anche quando non serviva, anche quando i compagni gli urlavano
di passare la palla.
Lo faceva perché gli veniva
naturale, nello stesso modo in cui un uccello canta non per comunicare
qualcosa, ma perché è nella sua natura farlo.
Di suo padre aveva ereditato poco:
la povertà, e il demone dell'alcol. Fuori dal campo quella dipendenza lo seguì
per tutta la vita, consumandolo lentamente fino alla morte, avvenuta nel
gennaio 1983 a soli quarantanove anni. Il popolo brasiliano lo riconobbe anche
in questo, come si riconosce qualcuno che porta i segni di una lotta che si
conosce bene.
Si racconta, e la storia vale
comunque tutta intera sia che sia vera sia che sia leggendaria, che dopo la
vittoria ai Mondiali la nazionale brasiliana fu ricevuta da un'alta carica
dello Stato, che promise a ciascun giocatore un premio a sua scelta. Quando
arrivò il suo turno, Garrincha aveva tenuto lo sguardo fisso, dall'inizio, su
una gabbia con un uccellino in un angolo della sala. Chiese solo che venisse
liberato.
Nessuno gli credette, all'inizio.
Poi capirono che non stava scherzando.
C'è qualcosa, in quel gesto, che va
oltre la bizzarria o la generosità.
Un uomo il cui corpo era stato
giudicato sbagliato prima ancora che imparasse a camminare aveva riconosciuto
qualcosa di sé in quell'uccellino prigioniero. Come se certi esseri, segnati in
un modo o nell'altro, si riconoscessero tra loro senza bisogno di parole.
Non lo amò perché vinceva, anche se
vinceva. Lo amò perché in lui vedeva qualcosa di sé: il corpo imperfetto che si
muove lo stesso, la gioia che non chiede il permesso, la libertà come unica
forma di fedeltà a se stessi. E lo amò anche nelle sue cadute, senza chiedere
spiegazioni.
Il giorno della sua morte il
Maracanã si riempì per l'ultimo saluto. La bara fu sollevata con le proprie
mani, di persona in persona, fino al cimitero del paese natale.
Non stavano salutando un campione.
Stavano salutando qualcuno che li aveva riconosciuti e nel quale si erano
riconosciuti, senza che nessuno avesse mai pronunciato una sola parola in
proposito.La gabbia rimase aperta.
L'uccellino volò via.
E il filo invisibile tra Garrincha
e quel popolo, fatto della stessa materia del riconoscimento, non si è mai
spezzato. Si è solo teso, silenzioso, attraverso il tempo.


