C'è un'ora, nei porti del
Mediterraneo, in cui le lingue si confondono più del solito.
Succede di sera, quando i marinai
scendono a terra e devono intendersi in fretta per un carico, un prezzo o un
avvertimento sul tempo che cambia; si capiscono anche se nessuno ha studiato la
lingua dell'altro.
Le parole che usano non
appartengono del tutto a nessuno, sono un po' veneziane, un po' arabe, un po'
francesi, impastate insieme come la sabbia e il sale sulle reti stese ad
asciugare.
Quella lingua si chiamava Sabir e
nacque non da un trattato né da una grammatica, ma dal bisogno quotidiano di fronteggiarsi,
l’uno accanto all’altro, con uomini venuti da altrove e costruire insieme
qualcosa.
Una lingua di passaggio, fatta
apposta per chi non ne aveva una sola.
Nel 2018 i Radiodervish hanno
deciso di farla riaffiorare.
I due musicisti, che vengono l'uno
dalla Puglia e l'altro da una famiglia palestinese, hanno scritto un disco che
porta il nome di quella condizione doppia che il Sabir custodiva: Il sangre
e il sal.
Il sangue, dicono, è ciò che lega
alle proprie origini, il sale è ciò che il viaggio lascia addosso, il segno di
essersi mescolati con altro.
Nella canzone che chiude l'album,
cantata proprio in quella lingua dei porti, le due cose non si combattono, ma
convivono nello stesso respiro.Il corpo di un uomo resta sempre
quello che è: una pelle, un accento, una storia che viene da un luogo preciso.
Ma l'anima, quando incontra
un'altra anima, non chiede patenti; trova un terreno comune anche senza
condividere nulla in partenza — un gesto, un ritmo, una parola storpiata che
basta a farsi capire.
Il Sabir era l’evidente prova che
due corpi diversi possono restare diversi, e nello stesso tempo trovare
un'unica voce per dirsi le cose che contano.
Forse non è un caso che a
riportarlo in musica siano stati proprio due uomini di mondi diversi; non hanno
tradotto l'uno la lingua dell'altro ma hanno scelto la lingua di nessuno,
quella che apparteneva a tutti i marinai insieme.
È una scelta che dice qualcosa di
più grande del Mediterraneo e cioè che ogni volta che due persone si capiscono
davvero, senza appartenere alla stessa terra, stanno inventando — senza saperlo
— un piccolo Sabir tutto loro.
In qualche porto, ancora oggi, due
uomini che non parlano la stessa lingua si accordano su un prezzo a gesti,
ripetendo una parola storpiata finché non suona giusta a entrambi.
Nessuno dei due saprebbe dire in
che lingua hanno appena parlato.
16.7.26
Stranieri nella stessa lingua
ph: Walter Spinapolice
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