Si tratta
della formula di chiusura all’epistola XLVII di Antonio Gramsci, da lui redatta
nel carcere di Turi il 1 luglio 1929 ed indirizzata alla cognata Tanija
Schucht.
Ne abbiamo testimonianza grazie alla raccolta postuma, più nota come “Lettere dal carcere”, che comprende la
gran parte della corrispondenza che Gramsci intrattenne con familiari ed amici
nel corso della sua detenzione, dal 1926 al 1934.
Corrispondenza, ovviamente, soggetta a rigidi controlli censori, dal
momento che erano interdetti temi politici, così come era contingentata la sua
cadenza nel tempo.
Tali macroscopiche limitazioni, espressione di quel regime carcerario, al
limite del disumano, anziché fiaccare le sue forze, contribuiscono a disegnare
una curiosa, quanto prodigiosa, parabola.
Un argomento del tutto ordinario (“ho
ricevuto finalmente le famose sopracalze beduine, col resto: vanno benissimo,
sembrano proprio inventate apposta per il mio bisogno”) è quindi funzionale
a riflessioni su evidenze ben più tristi: l’atonia psichica che affligge i
carcerati al terzo anno di detenzione (….al
terzo anno, la massa di stimoli latenti che ognuno porta con sé dalla libertà e
dalla vita attiva, comincia ad estinguersi e rimane quel barlume di volontà che
si esaurisce nelle fantasticherie dei piani grandiosi mai realizzati: il
carcerato si sdraia supino nella branda e passa il tempo a sputare contro il
soffitto sognando cose irrealizzabili. Questo io non lo farò certamente, perché
non sputo quasi mai e anche perché il soffitto è troppo alto!).
E proprio a questo punto, si compie una metamorfosi comunicativa; lo
sfortunato protagonista, ben lungi dal cedere a facili ed umane derive
psicologiche, concentra tutta la sua attenzione sulla vita e lo sviluppo di una
piantina di rose presente nel cortile del carcere, trasfondendovisi, e
proiettando tutto sé stesso, le sue sensazioni e le sue speranze (“la rosa è viva e fiorirà certamente, perché
il caldo prepara il gelo e sotto la neve palpitano già le prime violette”),
al di là della materialità contingente cui era costretto, manifestando, quindi,
la sua umanità in una forma del tutto diversa (“il tempo mi appare come una cosa corpulenta, da quando lo spazio non
esiste più per me”).
Una “divagazione” -la sua- che va ben al di là della
realtà come essa può apparire agli occhi di un qualsiasi, superficiale
spettatore ed assume valore quasi pedagogico sulla varietà infinita delle
disposizioni dell’animo umano e su quanto quest’ultimo possa superare, in
ragione della sua natura multiforme, ogni ostacolo ed esprimersi su livelli
diversi.
Assume le
sembianze di un ineffabile afflato che ci pervade all’improvviso.
In rari casi
arriva a diventare la nostra unica ragione di vita, molte altre volte svanisce
con la stessa velocità con cui si è manifestata.
Altre volte
ancora, induce una metamorfosi tale che ci fa comprendere esattamente il
contrario di ciò che credevamo fino a quel momento.
Nella
maggior parte dei casi, convive tra gli alti e bassi del nostro animo,
dividendo la scena con le sensazioni del nostro quotidiano (fame, sete, sonno,
paura, noia).
Come l’uovo di
Colombo, l’input può nascere dalla vita reale, perché le idee sono paragonabili
a un qualcosa che già concettualmente esiste, che è comunque davanti ai nostri
occhi, ma che tuttavia deve essere afferrato e sperimentato per poter prendere
vita.
Nondimeno,
la sua fruizione va condivisa, perché grazie alla partecipazione di un numero sempre
più grande di persone disponibili ad analizzare, mettere in discussione,
rifinire e migliorare qualsiasi idea, concetto, scoperta o contenuti di valore
che suscitano interesse e curiosità, si stimolano domande, contributi e
suggerimenti che portano ad interagire.
Come in una
democrazia fluida, più si condivide, più si sviluppa un senso di reciprocità
con le persone con cui si è condiviso qualcosa di valore, mediante un canale di
comunicazione che implementa i concetti come un circuito virtuoso.
In tale contesto
va senz’altro annoverata la filosofia TED.
Nel 1984,
quando nacque su iniziativa di Richard Saul Wurman e Harry Marks, fu concepito
come evento unico, poi ripetuto su base annuale dal 1990. Attualmente è gestita
dall'organizzazione privata non-profit statunitense Sapling Foundation.
Con sede centrale
a New York e a Vancouver, TED ha promosso conferenze cui hanno preso parte,
come speaker, personalità illustri, statisti, scienziati ed attivisti politici.
TED, seppur acronimo
di Technologies, Entertainment & Design, proprio in ragione di quanto detto,
spazia a trecentosessanta gradi su tutte le scienze umane.
Non a caso
il suo motto è "ideas worth
spreading" (idee che val la pena diffondere).
Anche Papa Francesco,
a marzo 2017, ha partecipato a sorpresa a un TED a Vancouver avente come tema
il futuro, inviando un video.
L’enorme
interesse suscitato dall’iniziativa ha favorito lo sviluppo, prima dei TED
event e poi dei TEDx, questi ultimi organizzati autonomamente in qualsiasi
parte del mondo, ma comunque basati sulla filosofia TED, e nel pieno rispetto
delle sue linee guida, tra le quali la gratuità e la fruibilità, su base
multilingua, dei contenuti pubblicati.
Ogni speaker può svolgere un
intervento di durata non superiore a 18 minuti e lo fa da solo su un palco
essenziale, quasi spartano, su cui campeggia un disco rosso ed il logo, anch’esso
rosso, come quell’immaginario filo che lega chi parla con chi ne condivide, in
qualsiasi modo, il suo intervento.
Le scelte di vita o, molto più semplicemente, il modo di
essere di un personaggio come Harry Styles, autentica icona della pop music -con
gli One Direction prima e come solista poi- spingono molti, e non solo i suoi
milioni di follower, a riflettere su aspetti più profondi di un singolo episodio
a lui attribuibili.
Il
riferimento è, ovviamente, alla copertina del numero di dicembre di Vogue
America. Per la prima
volta, in 127 anni di attività, campeggia la foto di un uomo da solo. In altre precedenti
nove occasioni l’obiettivo era comunque puntato su una coppia.
Il cantante vi
appare in un completo giacca uomo doppiopetto e abito lungo da donna a balze,
in perfetto look gender-fluid, griffato Gucci.
Su tale
falsariga, nel luglio 2017, Zayn Malik, altro componente della band aveva
conquistato la copertina al fianco di Gigi Hadid, sua compagna dell’epoca; una
coppia etero, in cui però entrambi i partner indossavano abiti tra loro intercambiabili.
Ciò ha
comportato inevitabili polemiche, sia pro che contro tale scelta editoriale. Candace Owens,
attivista politica nota per le sue posizioni antifemministe e di aperto sostegno
a Donald Trump, ha provocatoriamente invocato con nostalgia il ritorno del “maschio
macho”, ricevendo via Twitter, per tutta risposta, un giudizio tranchant da Olivia Wilde (la dottoressa
Remy “13” Hadley in Dr. House).
Harry Styles,
che non ha mai disdegnato di esplorare territori espressivi, per così dire, non
troppo convenzionali (non è difficile trovarlo sul suo profilo Instagram in
unghie laccate e con tanto di attestazioni di stima alla sua nail artist
personale), illumina sull’intangibilità solo presunta di certi modelli estetici,
e su quanto questi ultimi possano condizionare, al di là di ogni
ragionevolezza, la sensibilità invece unica, irripetibile, autentica e genuina
di ogni essere umano.
Si badi, Harry
non inventa nulla di nuovo; prima di lui artisti del calibro di David Bowie,
Jared Letho e Marilyn Manson e tanti altri, hanno pigiato con decisione sul
tasto della trasgressione, spesso ammantandola, tuttavia, di malcelata rabbia e
protesta contro mondo troppo chiuso.
Nel caso di
Styles, invece, la sua personalissima (rispettabile, ma non, per questo, meno
opinabile) scelta di comunicare, scevra da cliché preconfezionati o, peggio
ancora, imposti dall’esterno lascia ben sperare in un’umanità più libera eal tempo stesso inclusiva.
Fu in tali termini che Rolando
Toro definì la Biodanza: “…una poetica
allargata, di celebrazione, di scambio affettivo, di euforia, di gioia di
vivere".
Rolando Toro è stato uno psicologo cileno che per primo
utilizzò il concetto di biodanza –originariamente definita Psicodanza- alla
fine degli anni sessanta, applicando a soggetti immuni da patologie i risultati
di numerosi test condotti in ospedali psichiatrici nell’ambito della sua
professione.
Tali sperimentazioni lo portarono ad approfondire le
dinamiche e le interazioni esistenti tra musica, movimento ed emozione,
giungendo ad innovative conclusioni circa le ottenute risposte psicofisiche ed emotive
specifiche, tali da indurre cambiamenti salutari nell'individuo.
La modifica nella nomenclatura è alla base
dell’intuizione che ne sorregge il concetto; al centro dell’universo è posto non
già l’uomo, bensì la vita.
Ed è proprio in virtù di tale principio biocentrico che la
Biodanza viene intesa come un sistema di integrazione umana, di rinnovamento
organico, di rieducazione affettiva e di riapprendimento delle funzioni
originarie della vita mediante la stimolazione di quelli che vengono definiti i
potenziali genetici dell'essere umano, raggruppati in cinque categorie
(Vitalità, Sessualità, Creatività, Affettività e Trascendenza), definite linee
di vivencia.
Chi pratica biodanza, pertanto, attraverso la
contemporanea e mirata azione di musica, movimento e, per l’appunto, vivencia, sarà parte di un percorso necessariamente
inserito in uno specifico contesto, ovvero nel "gruppo", inteso –si
badi- come un sistema aperto in cui ognuno possa sperimentare non solo sé stesso, nella sua individualità, bensì una
forma aperta di interazione sociale, in un istante vissuto intensamente nel qui
e ora, al di fuori dei modelli e dei condizionamenti culturali ed ambientali.
Libero di esprimere la propria forma comunicativa,
originale ed unica, che scaturisce da ciò che Rolando Toro (che, nel suo
multiforme ingegno, si cimentò anche nella poesia e nell’arte) descrisse in
questi versi:
La Forza che ci
conduce è la stessa che
incendia il sole, che anima le maree che fa fiorire i
ciliegi. La forza che ci muove è la stessa che fa
vibrare il seme e il suo messaggio di
vita immemore. La danza genera il
destino seguendo le medesime
leggi del fiore sospinto
dalla brezza. Nel girasole
dell`Armonia tutti siamo Uno.
Lui conobbe lei e se
stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa,
perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.
Questa frase di
Italo Calvino, tratta dal suo romanzo “Il barone rampante”, dà l’idea di
quanto potesse essere stretto il legame tra Marina Abramovich e Ulay (al secoloFrank
Uwe Laysiepen). Per più di dodici anni, i due, nati lo stesso giorno
–il 30 novembre- ma in anni diversi, costituirono un sodalizio, non solo
artistico, chiamato The Other. Un termine che evoca con immediatezza l’oscillazione
tra due distinti poli. Del resto, i vissuti personali dei protagonisti ne
sono eloquente testimonianza. Lei, di
Belgrado, nipote diretta di un patriarca ortodosso, proclamato santo alla morte. Lui, figlio
di un gerarca nazista, di Berlino, nel periodo in cui conobbe Marina, era
solito esasperare fisicamente la opposizione tra generi, truccandosi il viso
per metà e giocando con il suo doppio femminile. Si conoscono e si frequentano ad Amsterdam (che si
trova esattamente a metà strada tra Belgrado e Berlino) e da lì decidono di
girare per tutta Europa su un riciclato furgone Citroen, di quelli in uso alla
polizia francese, al di fuori di ogni convenzione borghese, ponendo le basi per
la definitiva consacrazione del loro personale concetto di Performance art: una costruzione mentale e fisica che l’artista
realizza in un tempo e in uno spazio specifico di fronte a un pubblico che, a
differenza di quanto normalmente avviene, può partecipare in maniera più o meno
consapevole ed esservi coinvolto più o meno attivamente. Durante una performance, infatti, viene a formarsi
una decisa comunicazione con il creatore dell’opera, in un dialogo focalizzato
proprio sull’interazione che pone artista e pubblico sullo stesso piano,
mescolando a volte i confini dell’uno e dell’altro ruolo. Un evento di natura effimera, “hic et nunc”, che dura nel tempo di un qui e adesso, non del tutto
prevedibile e perciò irripetibile nella sua unicità e la cui fondamentale
caratteristica, quindi, è l’oscillazione tra un polo e l’altro; sarà la natura
a determinare la piega degli eventi, a dimostrazione di come la realtà sia un
gioco di estremi. Le loro opere sono la conseguente trasposizione nella
realtà di questi concetti. In “Rest Energy”,
tra i due si frappone un arco teso che li unisce e, contemporaneamente, li separa.
Lei impugna l’arco, mentre lui tiene tesa la freccia puntata sul suo cuore: una
sola esitazione da parte di lei o di Ulay avrebbe segnato la fine, solo l’arco
li tiene in piedi. I microfoni registrano i battiti del cuore e il respiro
affannato di entrambi: la vita di lei è in balia dell’equilibrio che si crea tra
di loro. La performance dura quattro interminabili minuti, in cui riescono a
rappresentare i concetti di tempo e di fiducia in un unico gesto, come ad
indicare che il segreto di una relazione di coppia è proprio il continuo
bilanciamento dei ruoli. In “Death
Itself”, Abramovic e Ulay due uniscono le labbra, tappandosi le narici con
filtri per sigarette e respirando l’aria espulsa dall’altro fino a terminare
l’ossigeno a disposizione e poi cadere a terra privi di sensi dopo 17 minuti. Quasi
a voler drammaticamente esplorare la capacità dell’individuo di assorbire e
distruggere la vita altrui. “Imponderabilia”,
nei locali della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, vede i due
posizionarsi, uno di fronte all’altra all’ingresso della Galleria,
completamente nudi, così costringendo il pubblico ad entrare nel museo
attraversando i loro corpi. Dal momento che lo spazio era strettissimo, i
visitatori non avevano la possibilità di passare guardando dritti davanti a
loro, ma dovevano per forza scegliere se guardare lei o lui, o magari entrambi,
in una metafora neanche troppo astratta sulla vita e sulle sue scelte che partono
dall’intimo più profondo e si manifestano d’impronta, senza pensarci. Dopo dodici, intensi anni, i due capiscono che si
approssima un punto di svolta della loro unione, e decidono di immortalare alla
loro maniera quel particolare momento, lasciando la regia del tutto alla vita,
che è poi la loro stessa arte. Organizzano, dopo aver risolto molti ostacoli di
natura legale, una performance, chiamata “The
Lovers: The Great Wall Walk”. Scenario la Grande Muraglia Cinese, una delle poche
opere umane che si può ammirare anche dallo spazio. Partendo dai due estremi (Ulay, da Occidente, dal
deserto del Gobi, a rappresentare il fuoco, il maschile; Marina, da Oriente,
dal Mar Giallo, a rappresentare l’acqua, il femminile), si incontreranno, a
metà strada, dopo novanta giorni, in un finale volutamente aperto. Ed il destino non tarderà ad emettere i suoi
responsi. Ulay, estroso e carismatico artista, insofferente
alle regole, durante il viaggio intreccerà una relazione con la sua interprete
cinese, che peraltro rimarrà incinta (genitorialità che Marina aveva
consapevolmente declinato in tre distinte occasioni, quale estremo sacrificio
d’amore per la sua arte). Il finale –a questo punto- è piuttosto prevedibile;
quando i due si incontrano, Ulay chiede a Marina: “Che cosa devo fare adesso?” e lei risponde: “non lo so, ma io me ne vado”. Scena puntualmente ripresa dalle telecamere della BBC,
che sulla performance stava girando un documentario e che forse auspicava un happy ending o perlomeno un finale
diverso. E’ il 1988. I due
procederanno autonomamente nella loro brillante vita artistica, regalando al
mondo ulteriori capolavori. Nel 2010, Marina organizza presso il MoMA di New York
una performance chiamata “The artist is
present”. L’artista rimane seduta davanti ad un tavolo con di
fronte una sedia vuota. Per più di dodici anni, i due, nati lo stesso giorno
–il 30 novembre- ma in anni diversi, costituirono un sodalizio, non solo
artistico, chiamato The Other. Un termine che evoca con immediatezza l’oscillazione
tra due distinti poli. Del resto, i vissuti personali dei protagonisti ne
sono eloquente testimonianza. Lei, di
Belgrado, nipote diretta di un patriarca ortodosso, proclamato santo alla morte. Lui, figlio
di un gerarca nazista, di Berlino, nel periodo in cui conobbe Marina, era
solito esasperare fisicamente la opposizione tra generi, truccandosi il viso
per metà e giocando con il suo doppio femminile. Si conoscono e si frequentano ad Amsterdam (che si
trova esattamente a metà strada tra Belgrado e Berlino) e da lì decidono di
girare per tutta Europa su un riciclato furgone Citroen, di quelli in uso alla
polizia francese, al di fuori di ogni convenzione borghese, ponendo le basi per
la definitiva consacrazione del loro personale concetto di Performance art: una costruzione mentale e fisica che l’artista
realizza in un tempo e in uno spazio specifico di fronte a un pubblico che, a
differenza di quanto normalmente avviene, può partecipare in maniera più o meno
consapevole ed esservi coinvolto più o meno attivamente. Durante una performance, infatti, viene a formarsi
una decisa comunicazione con il creatore dell’opera, in un dialogo focalizzato
proprio sull’interazione che pone artista e pubblico sullo stesso piano,
mescolando a volte i confini dell’uno e dell’altro ruolo. Un evento di natura effimera, “hic et nunc”, che dura nel tempo di un qui e adesso, non del tutto
prevedibile e perciò irripetibile nella sua unicità e la cui fondamentale
caratteristica, quindi, è l’oscillazione tra un polo e l’altro; sarà la natura
a determinare la piega degli eventi, a dimostrazione di come la realtà sia un
gioco di estremi. Le loro opere sono la conseguente trasposizione nella
realtà di questi concetti. In “Rest Energy”,
tra i due si frappone un arco teso che li unisce e, contemporaneamente, li separa.
Lei impugna l’arco, mentre lui tiene tesa la freccia puntata sul suo cuore: una
sola esitazione da parte di lei o di Ulay avrebbe segnato la fine, solo l’arco
li tiene in piedi. I microfoni registrano i battiti del cuore e il respiro
affannato di entrambi: la vita di lei è in balia dell’equilibrio che si crea tra
di loro. La performance dura quattro interminabili minuti, in cui riescono a
rappresentare i concetti di tempo e di fiducia in un unico gesto, come ad
indicare che il segreto di una relazione di coppia è proprio il continuo
bilanciamento dei ruoli. In “Death
Itself”, Abramovic e Ulay due uniscono le labbra, tappandosi le narici con
filtri per sigarette e respirando l’aria espulsa dall’altro fino a terminare
l’ossigeno a disposizione e poi cadere a terra privi di sensi dopo 17 minuti. Quasi
a voler drammaticamente esplorare la capacità dell’individuo di assorbire e
distruggere la vita altrui. “Imponderabilia”,
nei locali della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, vede i due
posizionarsi, uno di fronte all’altra all’ingresso della Galleria,
completamente nudi, così costringendo il pubblico ad entrare nel museo
attraversando i loro corpi. Dal momento che lo spazio era strettissimo, i
visitatori non avevano la possibilità di passare guardando dritti davanti a
loro, ma dovevano per forza scegliere se guardare lei o lui, o magari entrambi,
in una metafora neanche troppo astratta sulla vita e sulle sue scelte che partono
dall’intimo più profondo e si manifestano d’impronta, senza pensarci. Dopo dodici, intensi anni, i due capiscono che si
approssima un punto di svolta della loro unione, e decidono di immortalare alla
loro maniera quel particolare momento, lasciando la regia del tutto alla vita,
che è poi la loro stessa arte. Organizzano, dopo aver risolto molti ostacoli di
natura legale, una performance, chiamata “The
Lovers: The Great Wall Walk”. Scenario la Grande Muraglia Cinese, una delle poche
opere umane che si può ammirare anche dallo spazio. Partendo dai due estremi (Ulay, da Occidente, dal
deserto del Gobi, a rappresentare il fuoco, il maschile; Marina, da Oriente,
dal Mar Giallo, a rappresentare l’acqua, il femminile), si incontreranno, a
metà strada, dopo novanta giorni, in un finale volutamente aperto. Ed il destino non tarderà ad emettere i suoi
responsi. Ulay, estroso e carismatico artista, insofferente
alle regole, durante il viaggio intreccerà una relazione con la sua interprete
cinese, che peraltro rimarrà incinta (genitorialità che Marina aveva
consapevolmente declinato in tre distinte occasioni, quale estremo sacrificio
d’amore per la sua arte). Il finale –a questo punto- è piuttosto prevedibile;
quando i due si incontrano, Ulay chiede a Marina: “Che cosa devo fare adesso?” e lei risponde: “non lo so, ma io me ne vado”. Scena puntualmente ripresa dalle telecamere della BBC,
che sulla performance stava girando un documentario e che forse auspicava un happy ending o perlomeno un finale
diverso. E’ il 1988. I due
procederanno autonomamente nella loro brillante vita artistica, regalando al
mondo ulteriori capolavori. Nel 2010, Marina organizza presso il MoMA di New York
una performance chiamata “The artist is
present”. L’artista rimane seduta davanti ad un tavolo con di
fronte una sedia vuota. Ogni visitatore può sedervisi e condividere, in
silenzio, con lei impassibile, due minuti di tempo. Nel corso della performance si alternano, per tre
mesi, per sette ore al giorno, migliaia di persone. Molti escono in lacrime. Marina, pur nella sua
profonda ed intensa interpretazione, non muove ciglio. Ma un giorno, a sorpresa, arriva Ulay, il suo “The
Other”: i due non si vedevano da quasi 23 anni, dal loro addio sulla Muraglia
Cinese. Stavolta è Marina a commuoversi; sconvolgendo il concept dell’opera, tende le mani ad
Ulay, crea un contatto fisico con lui, immediatamente recepito. I due si sorridono, si parlano fitto, visibilmente e
reciprocamente coinvolti. I due minuti canonici sembrano interminabili. I due opposti, per un momento, sono nuovamente
un’unità. Per un momento, però. Perché la vita -che è other- riserva un finale diverso anche in quest’occasione. Nei mesi successivi Ulay conviene in giudizio Marina
per ottenere la sua quota di royalties per alcune delle loro comuni opere (che complessivamente
vanno sotto il nome di Relation Works), riuscendo a percepire la somma di
250mila euro. L’unità si
sdoppia nuovamente in due parti estremi conflittuali. A marzo del
2020, la morte di Ulay –che nel frattempo riuscì a trasformare la sua malattia
in un artistico strumento di condivisione realizzando un corposo e crudo
documentario dal titolo “Project Cancer”-
ha solo fisicamente diviso quelle due metà, la cui sinergia, a volte
inspiegabile, per quanto di fatto precaria, ha comunque dimostrato come un
rapporto si basi su affinità elettive che prescindono del tutto dai comuni
concetti.
La disciplina sportiva del
ping pong evoca, in senso figurato, una contrapposizione tra due soggetti posti
ai lati opposti di un tavolo.
La sfida
che deve designare il vincitore, nell'immaginario collettivo, è inoltre caratterizzata
dal rimo frenetico delle dinamiche di gioco, frutto di acceso agonismo.
Eppure, proprio
al mondo del ping pong è legato un episodio che negli anni ’70 mise in connessione
tra loro due paesi, espressione di culture totalmente inaccostabili,
favorendone la riconciliazione e diede origine alla cosiddetta ping pong diplomacy.
Per contestualizzarlo
meglio, val bene rammentare che ci troviamo in un momento storico a dir poco
delicato nello scacchiere geopolitico,
Sono anni
in cui il sentimento nazionale di qualsiasi popolo è, per forza di cose,
permeato del più rigido dogmatismo ideologico.
Da quando
il Partito Comunista Cinese di Mao Zedong aveva preso il potere 22 anni prima, nel
1949, solo undici americani furono ammessi nella Cina comunista, per una
settimana, in quanto affiliati al Partito internazionale delle Pantere Nere che
la Cina considerò l'organizzazione internazionale come un'ambasciata
statunitense.
Tuttavia si
trattò di un evento isolato: come altri cittadini americani, anche il senatore
Eugene McCarthy espresse il desiderio di visitare la Cina dopo le elezioni
presidenziali del 1968, ma nemmeno lui riuscì ad ottenere un ingresso in Cina
nonostante la sua carica istituzionale.
Gli
artefici di un’impresa di tal fatta rispondono al nome di Glenn Cowan e Zhuang
Zedong, i giocatori più rappresentativi delle nazionali di USA e Cina di tennis
tavolo, contraddistinti da personalità diametralmente opposte: il primo,
anticonformista, estroverso ed hippy, il secondo, eroe nazionale, pluricampione
mondiale, personalmente stimato dal Gran
Timoniere Mao (la cui amicizia gli valse il carcere nel suo paese nei
successivi anni di repressione legati alla Rivoluzione Culturale) ed icona del laborioso e produttivo popolo cinese, fustigatore dei costumi dei nemici
capitalisti.
Quando
nell’aprile del 1971, durante i campionati mondiali di disciplina in Giappone, Cowan
si attardò con un collega cinese, perdendo l’autobus della sua squadra, trovò
un fortunoso passaggio sul torpedone della nazionale cinese, finendo per
socializzare con il capitano della squadra (Zedong, appunto).
Il viaggio
durò appena quindici minuti, ma fu sufficiente e a far scattare tra i due un
nobile sentimento di amicizia.
Zedong donò
a Cowan un quadro su seta raffigurante i Monti Huangshan; l’americano,
disponendo in quel momento solo di un pettine, contraccambiò nei giorni
successivi con una t-shirt con la bandiera della pace e la scritta “Let it be”
Tale
scambio non passò sott'occhio, immortalato da giornalisti e fotografi che
raccolsero le impressioni dei protagonisti con dovizia di particolari.
In
particolare la fotografia che ritraeva i due campioni in un atteggiamento così
cordiale, quasi fraterno, campeggiò anche su Dakancao, il giornale di riferimento della classe dirigente cinese.
Fu così che
la diplomazia colse l’occasione per cercare di forzare quella penosa situazione
di stallo nelle relazioni, facendo pervenire al governo cinese una richiesta
ufficiale di visita da parte della nazionale statunitense.
Si dice che
fu Mao in persona, convinto dalle doti di Zedong, campione saggio, leale ed
autorevole, a dare l’imprimatur
all'iniziativa e così, in men che non si dica, il 10 aprile 1971, nove giocatori
americani, quattro funzionari e due consorti attraversarono un ponte tra Hong
Kong e la Cina continentale e passarono una settimana tra partite dimostrative,
visite guidate ed eventi mondani.
L’evento
aprì la strada alla storica visita ufficiale di Richard Nixon nel febbraio del
1972.
Due mesi dopo il viaggio di Nixon, dal 12 al
30 aprile 1972, Chuang Tse-tung ricambiò in qualità di capo delegazione della
squadra di ping pong cinese.
La cosa
rimase così impressa nelle coscienze degli americani che lo scrittore americano
Winston Groom ne trasse ispirazione per un memorabile episodio del suo romanzo
Forrest Gump, peraltro riportato nella trasposizione cinematografica del 1994
con interprete Tom Hanks.
E i due diretti
protagonisti?
Le loro
sorti furono molto diverse; Glenn Cowan, scemata l’aura di successo personale,
conobbe momenti di dipendenza da droghe ed ansia depressiva.
Pare quasi
che aver contribuito con successo al raggiungimento di un fine così alto,
avesse fatto perdere di significato ai suoi occhi tutto il resto.
Zedong, da parte
sua, dopo aver vissuto, come detto, l’esperienza del carcere per motivi politici, venne riabilitato, assumendo la guida
dell’accademia giovanile di tennis tavolo.
Volle
recarsi a Los Angeles, non già per abbracciare il suo amico Glenn, ormai morto
da tre anni, ma per far visita alla sua anziana madre, cui confessò il rimpianto
per non aver avuto più modo di vedersi con lui.
Due
giocatori, ai quali -però- il destino non riservò alcuna rivincita.
In una
società iper tecnologica, i supporti informatici di cui abitualmente disponiamo
con grande naturalezza aiutano a trarci d’impaccio in molteplici situazioni.
Capita a chiunque dover dire: “ma dove posso averlo già visto prima?”,
riferendosi a persone o cose che in quel momento si parano innanzi alla vista,
quasi con effetto déjàvu, e a
risolvere l’arcano in un batter di ciglia, grazie a Google Images.
La sua ideazione nacque da un fenomeno comunicativo molto particolare,
per questo rimasto nella storia.
Il 23 febbraio del 2000, partecipando alla serata di premiazione dei
Grammy Award per l’annata 1999, Jennifer Lopez indossò un abito griffato Donatella
Versace che catturò l’ammirazione (e non solo quella) di tanti, sia in
occasione del passaggio dell’artista sul red carpet, sia quando lei salì sul
palco per premiare i vincitori di una categoria (il miglior album R&B)
Si trattava di un vestito in chiffon di seta trasparente con maniche
lunghe, apertura sulla schiena e scollatura profondissima fermata da una spilla
all'altezza dell'ombelico che lascia scoperta la parte della gonna. Decorato
con una fantasia di palmizi verdi, fu indossato dalla diva con delle culotte.
Un abito non facile considerando che lasciava esposto tutto il corpo, e
in particolare la zona degli addominali.
Quel vestito –per intuibili motivi definito Jungle Dress– colpì a tal punto che Google fu intasato da un numero
impressionante di ricerche tese a carpirne ogni segreto.
Gli utenti erano costretti ad utilizzare unicamente una stringa; poco
efficace per i loro fini, poiché all’epoca Google esisteva solo nella versione
testuale, e con una grafica a dir poco spartana.
Gli sviluppatori dell’azienda, al chiuso del Googleplex di Mountain View,
colsero quindi lo spunto per elaborarne una versione ben più evoluta: Google
Images.
Attraverso una ricerca per immagini, fu molto più semplice, per gli
internauti, arrivare al risultato sperato.
Il Jungle Dress che -caso più unico che raro- ha una sua autonoma pagina
Wikipedia, in occasione del ventennale della sua prima comparsa, ha poi fatto
ritorno sulle passerelle, senza alcuna modifica.
Ed è stato indossato, manco a dirlo, con immutato successo, ancora da J.
Lo; segno dell’inspiegabile vis attrattiva di cui ancora gode.
E’ quindi grazie alle peculiarità estetiche di un vestito, come pure di
chi lo ha indossato, che adesso le nostre ricerche sul web sono ben più
complete ed esaustive.
Tenendo presente la Lopez, potremmo dire, a giusta ragione: un gran colpo
di…fortuna.
Convenzionalmente,
con questa espressione si indicano le conseguenze non intenzionali che sono
frutto di azioni intenzionali.
Qualcosa di diverso, concettualmente solo all’apparenza simile, ma ben
più profondo ed imperscrutabile, di quella che gli anglosassoni chiamano “serendipity” (il piacevole incidente,
per usare un ossimoro).
E’ sulla bocca di molti il
successo planetario riscosso dal sequel di “The
Last of Us”, il videogioco horror di sopravvivenza in stile avventura
dinamica, a sfondo post-apocalittico, sviluppato dalla casa di produzione
Naughty Dog in esclusiva per PlayStation 4.
Esso sviluppa tematiche molto “forti”, alcune purtroppo di attualità, redivive
dopo il suo lancio sul mercato.
La vicenda del gioco si svolge infatti a distanza di cinque anni dagli
accadimenti della prima edizione, incentrata su un gruppo di sopravvissuti ad una
pandemia generata dal virus Cordyceps,
un fungo parassita.
Gli orientamenti sessuali dei protagonisti, poi, hanno addirittura determinato
la decisione di procedere ad una censura preventiva in alcune nazioni del Medio
Oriente in cui l’omosessualità è sanzionata penalmente, in isolati paesi
addirittura con la pena capitale.
Tutto ciò non ha però scoraggiato gli sviluppatori che, viceversa, non
hanno minimamente modificato il format, lasciando immutato il concept, nella convinzione che ciò fosse
la scelta migliore ed in aderenza all’iniziale idea ispiratrice.
E’ in tale contesto che si inserisce la vicenda di una teen ager
statunitense, da lei stessa svelata via twitter.
Jiuji, questo il suo nickname, ha formulato i suoi ringraziamenti a tutto il team per essere
riuscita a far accettare la sua omosessualità alla famiglia.
Il primo è stato suo cugino, che
le ha spiegato come osservare la relazione tra le due protagoniste del
videogioco lo avesse aiutato a comprendere più in profondità ogni aspetto di
quella tematica, scusandosi della sua passata insensibilità nei suoi confronti.
Ma -dato ancor più importante- “The last of us – Part II”, ha
contribuito in maniera decisiva ad aprire un’importante via comunicativa tra la
ragazza ed i suoi genitori, da sempre appassionati di videogames (come lei
stessa conferma in un tweet) che, proprio grazie ad esso, hanno maturato una
diversa ottica nei rapporti familiari.
E non è finita.
Juiji, grazie alla scelta dei
creatori, che, con assoluta naturalezza, hanno voluto dare il ruolo di protagoniste
a due persone dello stesso sesso che si amano, ha visto accrescersi la sua
autostima e la fiducia in sé e nel mondo che la circonda, al netto di possibili,
ma irrilevanti atteggiamenti discriminatori.
La PS4, al di là della sua
precipua funzione tecnica, si è quindi dimostrato un utile tramite di
avvicinamento, oltre che prezioso strumento teso all’acquisizione di una nuova
e serena consapevolezza per tutti, lei compresa.
Una storia a lieto fine, protagonista
quasi inconsapevole un “gioco” al passo con i tempi che, grazie alle sue
dinamiche, alcune impreviste ed addirittura imprevedibili da parte dei suoi
creatori, contribuisce a mettere in luce le migliori capacità –anche d’animo- di
chi ne fruisce.
In tempi in
cui il fenomeno Cosplay è divenuto planetario, emulare i propri beniamini,
protagonisti di manga, anime o videogiochi, è una circostanza del tutto
ricorrente che non sconvolge più nessuno.
Nel variegato novero dei personaggi frutto della fantasia spiccano i
Peanuts; tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo letto e fantasticato
leggendo il famosissimo fumetto ideato dall’indimenticato Charles Schulz.
La diffusione del Cosplay, come a noi noto, dalle prime origini, forse
statunitensi, ha ricevuto decisivo impulso in Giappone.
E proprio in Giappone, dopo un museo dedicato a Snoopy a Tokyo ed un
ristorante che si chiama “Peanuts diner”
a Yokohama, gli amanti dei Peanuts hanno trovato anche un tetto: il Peanuts Hotel di Kobe.
L'idea dell'albergo ha preso spunto proprio da una striscia storica,
quella in cui il leggendario “cane non cane” di Charlie Brown decide di
ospitare nella sua famosa cuccia uno stormo di uccelli e proclama: «È bello avere una casa in cui i tuoi ospiti
si sentano a proprio agio».
Si tratta di una struttura di tre piani con 18 camere, bar e ristorante,
tutto rigorosamente a tema, con pareti tappezzate di immagini e frasi
fulminanti.
Ciascuno dei tre piani ha un
tema: immaginazione, felicità, amore.
La notizia in sé lascerebbe pensare alla solita astuzia commerciale di
alcuni imprenditori che sfruttano un marchio di sicuro successo per ottenere
profitti notevoli.
Potrà anche esser vero, ma val bene ribadire il concept ispiratore dell’albergo “È bello avere una casa in cui i tuoi ospiti si sentano a proprio agio”.
Un frase che condensa solidarietà, concordia e condivisione.
Il tradizionale senso di ospitalità giapponese –legata a secolari rituali-
che si coniuga con la praticità in puro stile yankee sullo sfondo di un
cagnolino di fantasia, il cui merito è quello di riuscire a coinvolgere ed
accomunare tra loro tante persone di differenti latitudini e culture.
Sono scorsi
fiumi di inchiostro, per opera di autorevolissimi studiosi, nel tentativo di
descrivere e comprendere un fenomeno così complesso come quello del tifo
calcistico.
Si è pertanto parlato di senso di comunità, di rito laico di massa, di appartenenza,
di aspirazione ad un ideale, di comunanza gergale; probabilmente tutto ciò, ma
anche altro: siamo al cospetto di un sentimento, in quanto tale, difficilmente
racchiudibile in categorie concettuali.
Sul tema, una particolare menzione, fra tutti, merita il film cult di
Nick Hornby “Febbre a 90°” -peraltro tratto dal suo libro omonimo- che analizza
gli aspetti sociologici del tifo calcistico.
E’ un fedele ritratto psicologico di coloro che ogni fine settimana
soffrono e gioiscono per le sorti della propria squadra, cui fanno da
contraltare i “benpensanti”, i non appassionati, con le loro ragionevoli remore
e gli opportuni distinguo.
Per non tacer del sociologo
irlandese, Benedict Anderson che, nell’occuparsi della formazione delle
ideologie nazionalistiche, ha teorizzato l’esistenza di una “Comunità immaginata”, fondata, non già
su una relazione personale diretta tra i suoi membri, ma solo sulla percezione di essere parte di una
comunità di affini, affinità che può essere la stessa lingua, una religione
uguale oppure un senso comune del destino che associa gli individui.
Proprio a proposito del destino, è convinzione diffusa che non sia il
tifoso a decidere la squadra del cuore, bensì quest’ultima –fatalmente- a
sceglierlo, certa che giammai vivrà l’esperienza dell’abbandono, atteso che una
persona può cambiare orientamento politico, o addirittura religioso,
professione, condizione economica, gusti e stili di vita, ma non l’appartenenza
alla squadra del cuore.
A dirla con le parole di Anderson, quindi, le tifoserie calcistiche, al
pari di una “comunità immaginata”,
cementano la loro unione, prescindendo dalla conoscenza diretta, in un flusso
di percezioni e di passione comune, che si trasforma in appartenenza.
E tale connotazione è parte essenziale nell'animo di un tifoso, che la porta
con sè tutti i giorni della propria vita, anche oltre, ed in ogni circostanza.
La storia del sig. Vicente Navarro Aparicio, nato a Valencia nel 1928 si inserisce a pieno titolo nel solco di quella comune
percezione che genera connessione tra persone.
Il sig. Vicente, operaio, cieco da un occhio dalla nascita, perse
completamente la vista all’età di 54 anni, nel 1985, senza tuttavia che ciò
potesse impedirgli di seguire la sua squadra del cuore, il Valencia, allo
stadio Mestalla, decidendo di mantenere il suo abbonamento ogni stagione.
Quando divenne completamente
cieco decise solo di cambiare posizione sugli spalti: dal Settore 16, più
lontano, passò alla Tribuna Centrale, per essere più vicino al prato e “sentire” meglio la gara, "percepire
il Valencia" ("sentir"
in spagnolo).
Fila numero 15, posto 164; dal
quel posto continuò a seguire la partita con suo figlio, che gli raccontava
quello che succedeva in campo, fino
alla sua morte avvenuta nel 2016. Era il socio numero 18 per anzianità del
Valencia ed era conosciuto da tutta la comunità di tifosi Blanquinegres.
Dal marzo del 2019 il suo seggiolino è occupato per sempre: il Valencia, nell’anno del centenario, ha
deciso di rendere omaggio a lui, ai non vedenti e soprattutto alla
passione dei tifosi. Al posto 164 della fila 15 della tribuna centrale si erge
infatti una scultura in bronzo nella
postura di un uomo con bastone mentre guarda la partita.
Il club ha voluto dedicare al suo tifoso questa frase: “Vincent rappresenta la forma più pura
dell'essere Valencianisti”.
Quando ne “I Sepolcri”, Ugo
Foscolo descriveva la “corrispondenza
d’amorosi sensi”, faceva riferimento a ciò che unisce il vivo al caro estinto,
così riuscendo, grazie al suo genio poetico, a cogliere quel legame profondo
che, tra certe persone, va ben oltre il concetto che le umane convenzioni (e
convinzioni) definiscono di vita e di morte.
Si tratta
di un legame, molto simile all’empatia, ma che ne costituisce, tuttavia, la sua
sublimazione.
L’empatia,
nella comune accezione, è la capacità di entrare in profonda connessione con le
persone, al punto da riuscire a sentirne quasi come proprie, le altrui emozioni.
Capacità
che trova la sua forza, quindi, nell’amore che, seppur declinato nelle sue
infinite forme, si manifesta plasticamente nell’amore romantico.
L’amore
romantico evoca -in noi europei- le figure di Romeo e Giulietta e la loro comune
volontà di sfidare, nel nome dell’amore, le contrarie volontà delle rispettive
famiglie dandosi appuntamento, quasi con naturalezza, in una dimensione diversa
dalla vita.
In un
contesto mediorientale, i due amanti per eccellenza assumono il nome di Layla e
Mainun.
Esistono
decine di varianti letterarie tradizionali, indiane persiane ed azere; tra le
tante, c’è quella che vuole Layla e Majnun che fanno conoscenza da bambini a
scuola.
Majnun si
innamora, corrisposto, di Layla e, per tale motivo, trascura la disciplina
scolastica, suscitando la reazione del maestro che lo picchia duramente; ma
anche se ad esser stato colpito è Majnun, è Layla a sanguinare per le ferite da
lui riportate.
Le due famiglie,
avversando la relazione, concordano di separare i due che così non hanno modo
di vedersi per molto tempo.
Quando si
incontrano nuovamente, il sentimento, mai sopito, non tarda a manifestarsi, ma
il fratello di Layla, Tabrez, contrario alla loro frequentazione, litiga con
Majnun che, pazzo di Layla, lo uccide.
Majnun viene
quindi arrestato e condannato alla lapidazione; Layla, pur di salvare la vita
del suo amato, sceglie di sposare un altro uomo. Majnun si vede così commutare
la pena di morte in esilio.
Anni dopo,
il marito di Layla, che non ha mai smesso di provare amore per Majmun, accecato
dalla gelosia, cerca Majnun nel deserto e, quando lo trova, lo uccide a duello.
Ma nello
stesso istante in cui il cuore di Mainun è trafitto dalla spada, Layla, perde
la vita, a distanza di molte miglia, in casa sua.
I corpi di
Layla e Majnun vengono deposti nel medesimo sepolcro, uno accanto all'altra per
espressa volontà dei genitori di entrambi che hanno, seppur tardivamente, compreso.
Le loro
anime sono già insieme in paradiso dove si si sono incontrati per amarsi per
sempre.
La storia
di Layla e Majnun, nell’eterno intreccio tra amore e morte, può anche essere
visto in un’altra ottica, ugualmente allegorica.
Etimologicamente Layla deriva
dal termine ebraico e arabo per "notte" (più
propriamente sarebbe “chi lavora nottetempo”), mentre nella lingua
persiana e araba, il termine Majnun significa
"pazzo".
La notte è
il tempo del riposo, del nascondimento dalle apparenze, mentre la follia è il
sonno della ragione.
Thanatos,
figlio della dea Notte, è la personificazione della morte, fratello gemello di Ipno,
il dio del sonno.
Pertanto Eros,
sconosciuto al raziocinio, per manifestarsi a pieno, deve necessariamente avvalersi
del complice favore delle tenebre, di cui non può minimamente aver paura, perché
ha imparato a procedere nell'ombra.
Nello
sterminato mondo di You Tube, tra i tanti video caricati, vi è uno del brano "Pictures of you" del gruppo
britannico “The Cure”, in cui compare il commento di una ragazza di Amsterdam
che si firma Bracha; qualsiasi riflessione non può che seguire la trascrizione
del testo per esteso e nella sua forma originale, in lingua inglese:
“My beautiful mum was suffering from mental illness/heavy depressions
back in the eighties and took her own life in 1989 at the age of just 26, when
I was only one year old.
Today I was going through her old record collection and found a little
paper inside The Cure’s Disintegration album sleeve.
It was an old handwritten note by her with some drawings. Beautiful
painted red and purple flowers, many little hearts with my name written a
hundred times and the words: ‘there was nothing in the world that I ever wanted
more than to feel you deep in my heart’.
I immediately searched on Google and found out it are words to this
song.
I listened to it all morning. I got so close to my mum today because of
this song. These words describe how she felt, how ill she was. How she
struggled with being alive.
But it also finally tells me how much I was wanted and how much she
wanted to stay with me and see me growing up. I am sure she listened to this
song a thousand times.
She is my hero and she is free now.
This afternoon I visited her grave and brought her red and purple
flowers.
I also gave her back her Disintegration album wrapped up in plastic,
close to her where it belongs. The note is in my closet forever 7:27”.
Ed è anche così, attraverso vie inspiegabili e imprevedibili, che la
musica ristabilisce un contatto -ed anzi diventa la chiave di volta- per comprendere
un intero universo posto alla base di quel rapporto che è la madre di tutte le
connessioni; un universo di sentimenti, spesso più forti dell’umana esistenza
terrena, che una persona ha voluto affidare al testo di un canzone, alla sua
melodia, certa –pur preda di sofferenza- che chi doveva comprenderlo avrebbe
avuto modo di raccogliere e farsene testimone con amorevole stupore ed in
filiale riconoscenza.
Il world wide
web, letteralmente “ragnatela globale”
è un mezzo di comunicazione globale che gli
utenti possono usare per leggere e scrivere attraverso computer connessi a
Internet.
Solo per fare un esempio, il blog -contrazione di web-log, diario in
rete- ne è una delle molteplici applicazioni.
Il primo sito web venne alla luce il 6 agosto del 1991, grazie
all’informatico inglese Tim Berners-Lee che sviluppò l’idea di base, nata al
CERN di Ginevra, di condividere, a fini di ricerca, il maggior numero possibile
di informazioni tra scienziati di tutto il mondo accomunati da progetti di
ricerca.
Attraverso la creazione del primo sito web si è mosso il primo passo per
consentire la fruizione di ogni tipo di contenuti ad una generalità
indifferenziata di persone.
Una rivoluzione tecnologica così innovativa, frutto del genio fecondo di
menti elette, che pare creata dal nulla.
Non è così!
Un simile sistema di comunicazione, infatti, esiste da sempre in natura.
Un’importante ricerca di Suzanne Simard, ecologa della Columbia
University, successivamente approfondita da un team tutto al femminile di
ricercatrici italiane, ha infatti permesso di scoprire l’esistenza di
un’associazione simbiotica, detta micorriza, tra funghi ed apparato radicale
degli alberi.
In buona sostanza, il fungo riesce a trarre dall’albero, e dalla sua
opera di fotosintesi, i nutrimenti che, per la sua fisiologia, non potrebbe
autonomamente acquisire; dal suo canto, l’albero madre, o anche albero hub
(mutuando dal linguaggio informatico), utilizza la rete sotterranea di ife
fungine per connettersi ad alberi figli posti anche a grande distanza,
trasmettendo loro, non solo nutrimento, ma importanti informazioni sulla
chimica del sottosuolo, utili all’adattamento e a fronteggiare eventi
potenzialmente sfavorevoli alla vegetazione (basti pensare ai mutamenti
climatici, quasi spesso determinati dall’uomo, forieri di danni a volte
esiziali all’ambiente).
Tale rete fungina si estende lungo superfici enormi ed ha vita propria ed
indipendente rispetto alle piante che nutre.
Esperimenti sul campo hanno dimostrato che, anche cinque mesi dopo la
rimozione delle piante, la rete è capace di mantenere la sua vitalità, potendo,
addirittura, favorire nuove simbiosi con altre piante.
Tale fenomeno, vero e proprio network di connessioni, internet della
natura, o -come molti lo definiscono- wood wide web, induce a riflettere,
non solo su quanto labile e non del tutto scontata possa essere la
convenzionale linea di confine tra ciò che è reale e virtuale, ma anche su come
organismi, talvolta troppo in fretta -e pertanto erroneamente- bollati come
vegetali inerti, siano, viceversa, in grado di sviluppare dinamiche e proporre
modelli comunicativi assai più complessi ed efficaci rispetto ad altri esseri
viventi.
Errore in cui si è indotti se ci si ferma ad osservare unicamente la
realtà esteriore come appare ai propri occhi, senza considerare che, al di
sotto della superficie, con le radici, si può sviluppare un mondo.
Un paradigma pedagogico su come a volte ci si relaziona con il mondo esterno.
Un’opera
d’arte, autentica trasfigurazione del linguaggio comunicativo del suo autore,
trasmette -per ciò solo- infinite sensazioni, tante quanti sono i
suoi fruitori e le loro rispettive sensibilità.
In alcuni casi estremi, può addirittura provocare la c.d. sindrome di Stendhal: una patologia
psicosomatica che si scatena al cospetto di un'opera d'arte particolarmente
evocativa e si manifesta come una sensazione
di malessere diffuso, mentre a livello psichico porta a sviluppare un
vago senso di irrealtà, ed un improvviso bisogno di tornare alla propria terra
e di parlare la propria lingua.
A maggior ragione, avere la possibilità di vedere l’opera in fieri, consente di cogliere aspetti legati
al suo autore, altrimenti impossibile diversamente.
Nel caso del “Ballo al Moulin Rouge”
del 1890 (da alcuni critici chiamato “La
Danza”, o ancora “Valentin Le Desossè
addestra le nuove leve”), da molti considerata uno dei capolavori della
produzione artistica di Henry de Touluse-Lautrec, tale privilegio è accordato.
Il quadro è conservato al Museo di Philadelphia, ma non è difficile reperire,
un po’ dappertutto, una riproduzione fotografica che raffigura Toulouse-Lautrec
alle prese con l’opera non ancora terminata, intento a dare i tocchi di
contorno che ritiene necessari.
Egli è faticosamente seduto in cima ad uno sgabello; la sua picnodisostosi –che successivamente, in linguaggio medico, sarà
chiamata sindrome di Toulouse Lautrec-
ne aveva fatto un uomo dal tronco di adulto ma su gambe da fanciullo.
Al tempo stesso, però, il pittore sembra entrare a far parte del gruppo
di quei soggetti che sta raffigurando, e non è una mera osservazione di fatto: Henry de
Touluse-Lautrec visse le mille contraddizioni che il destino gli aveva riservato,
affrontandole con ironia e coraggio, senza cedere alla disperazione che può
trasformarsi in follia (come per il suo compagno di bottega in giovinezza
Vincent), disdegnando l’autocommiserazione.
Riuscì nel suo intento cercando il pieno contatto con un’umanità in
astratto a lui lontana per tanti motivi. Pur essendo di nobilissimo lignaggio, infatti,
scelse di essere parte viva di un coacervo di ultimi: artisti,
saltimbanchi, donne di piacere, di cui fu iconico cantore della vita quotidiana
e dai quali fu vicendevolmente ed amorevolmente considerato, al netto di ogni
distinzione di censo o di aspetto fisico.
Il quadro –commissionato dai gestori del Moulin Rouge per pubblicizzare il locale, al cui interno rimase per
alcuni anni- è infatti tutto questo: una vivida espressione di quella variegata
umanità, in cui l’artista è esso stesso parte di ciò che raffigura, quasi che l’opera
fosse la cornice del suo stesso essere.
Ed il suo intimo approcciarsi alla realtà di tutti i giorni riuscì a far elevare
a rango di opere d’arte anche un comune mezzo di comunicazione fino a quel
momento poco considerato, le affiches pubblicitarie, facendone un precursore
della pop art.