Quando si incontrano a Ferrara nel
1502, Lucrezia Borgia, al suo terzo matrimonio con il duca d’Este, ha ventitré
anni ed è prigioniera di un’aura pesante, un codice di veleni scritto dagli
altri.
Ma Pietro Bembo, abituato a cercare
il nucleo profondo dei segni, rifiuta la lettura superficiale del mondo.
Tra il poeta e la duchessa nasce un
riconoscimento tra anime, un legame che sceglie la via del platonico per farsi
eterno.
Contraddicendo la sua fama
sinistra, Lucrezia risponde a questa vicinanza con un gesto di pura tenerezza e
gli affida, per lettera, una ciocca dei suoi capelli biondi.
In un’epoca in cui ogni frase può
essere intercettata, quel frammento di corpo diventa il messaggio più puro. Una
traccia che non ha bisogno di spiegazioni: la ciocca non tace, ma parla la
lingua dei sensi, una presenza che persiste oltre l’assenza.
Bembo accoglie quel dono mentre sta
portando a termine gli Asolani e, senza stravolgere l'architettura
dell'opera, lascia che quell'esperienza ne muti il respiro interno,
trasformando un trattato sulla bellezza nella testimonianza di un’unione reale.
Ma la ricerca di Bembo non si ferma
alla parola.
Anni dopo, divenuto Cardinale,
acquista la Mensa Isiaca, un bronzo fittamente istoriato, di origine
egizia, riemerso dal caos del Sacco di Roma.
Per secoli quel reperto rimarrà un
enigma insoluto e se Athanasius Kircher tenterà invano di forzarne il senso con
interpretazioni mistiche, bisognerà attendere Champollion e la Stele di Rosetta
per decifrarne i geroglifici.
Per Bembo, però, quella tavola
indecifrabile era già la prova finale dell’esistenza di una verità che precede
la parola e sopravvive al silenzio.
Al tramonto della vita, nel
silenzio dello studiolo mentre la luce si ritira, i tre oggetti si ritrovano
vicini.
Davanti allo sguardo del Cardinale,
la ciocca vibra di un ricordo intatto, il libro porta la traccia di quel
segreto, la tavola custodisce un mistero ancora muto.
Non servono spiegazioni.
In quel momento si consuma lo
struggimento di chi sente che, in quella stanza, è custodito tutto ciò che alla
forma si sottrae e che pure le dà senso; l'uomo e il segno diventano una cosa
sola, uniti da una trama che non teme il tempo.
Oggi la ciocca è a Milano, il libro
è ovunque, la Mensa Isiaca è a Torino.
I secoli hanno allungato la
distanza tra questi oggetti, ma il filo invisibile che li univa nella stanza di
Bembo non si è spezzato, si è solo teso, vibrando ancora tra le epoche.
Restano lì, come segni che
aspettano di essere riconosciuti.
Testimoni della necessità vitale di
connettersi.
E questo, talvolta, è sufficiente.
16.5.26
Il silenzio dei segni
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