16.5.26

Il silenzio dei segni

Quando si incontrano a Ferrara nel 1502, Lucrezia Borgia, al suo terzo matrimonio con il duca d’Este, ha ventitré anni ed è prigioniera di un’aura pesante, un codice di veleni scritto dagli altri.
Ma Pietro Bembo, abituato a cercare il nucleo profondo dei segni, rifiuta la lettura superficiale del mondo.
Tra il poeta e la duchessa nasce un riconoscimento tra anime, un legame che sceglie la via del platonico per farsi eterno.
Contraddicendo la sua fama sinistra, Lucrezia risponde a questa vicinanza con un gesto di pura tenerezza e gli affida, per lettera, una ciocca dei suoi capelli biondi.
In un’epoca in cui ogni frase può essere intercettata, quel frammento di corpo diventa il messaggio più puro. Una traccia che non ha bisogno di spiegazioni: la ciocca non tace, ma parla la lingua dei sensi, una presenza che persiste oltre l’assenza.
Bembo accoglie quel dono mentre sta portando a termine gli Asolani e, senza stravolgere l'architettura dell'opera, lascia che quell'esperienza ne muti il respiro interno, trasformando un trattato sulla bellezza nella testimonianza di un’unione reale.
Ma la ricerca di Bembo non si ferma alla parola.
Anni dopo, divenuto Cardinale, acquista la Mensa Isiaca, un bronzo fittamente istoriato, di origine egizia, riemerso dal caos del Sacco di Roma.
Per secoli quel reperto rimarrà un enigma insoluto e se Athanasius Kircher tenterà invano di forzarne il senso con interpretazioni mistiche, bisognerà attendere Champollion e la Stele di Rosetta per decifrarne i geroglifici.
Per Bembo, però, quella tavola indecifrabile era già la prova finale dell’esistenza di una verità che precede la parola e sopravvive al silenzio.
Al tramonto della vita, nel silenzio dello studiolo mentre la luce si ritira, i tre oggetti si ritrovano vicini.
Davanti allo sguardo del Cardinale, la ciocca vibra di un ricordo intatto, il libro porta la traccia di quel segreto, la tavola custodisce un mistero ancora muto.
Non servono spiegazioni.
In quel momento si consuma lo struggimento di chi sente che, in quella stanza, è custodito tutto ciò che alla forma si sottrae e che pure le dà senso; l'uomo e il segno diventano una cosa sola, uniti da una trama che non teme il tempo.
Oggi la ciocca è a Milano, il libro è ovunque, la Mensa Isiaca è a Torino.
I secoli hanno allungato la distanza tra questi oggetti, ma il filo invisibile che li univa nella stanza di Bembo non si è spezzato, si è solo teso, vibrando ancora tra le epoche.
Restano lì, come segni che aspettano di essere riconosciuti.
Testimoni della necessità vitale di connettersi.
E questo, talvolta, è sufficiente. 

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