Nel novembre del 1902 Theodore
Roosevelt era in Mississippi per una battuta di caccia all'orso.
Cacciatore lo era davvero, e senza
reticenze, appassionato di caccia grossa che per lui era esercizio di forza e
di carattere, non un passatempo di cui vergognarsi.
Quella giornata, però, andava male.
I cani non trovavano nulla e gli
organizzatori, per non rimandare il presidente a mani vuote, ne stanarono uno,
lo legarono a un albero e glielo offrirono.
Roosevelt si rifiutò di sparare;
colpire un animale immobilizzato non era caccia, e lui non volle averci parte.
L'orso, ferito, fu poi ucciso lo stesso, per porre fine alle sue sofferenze.
Non fu dunque un gesto di pietà
verso gli animali, e sarebbe scorretto travestirlo così.
Fu un cacciatore che, dentro la
propria pratica cruenta, si fermò davanti a un limite.
La notizia sarebbe rimasta un
aneddoto locale se non l'avesse raccolta Clifford Berryman, disegnatore del Washington
Post.
Ne trasse una vignetta con il
presidente di spalle, la mano alzata a rifiutare, e in un angolo un orso
ridotto a cucciolo, piccolo e spaurito.
L'animale vero era adulto e ferito;
quello del disegno era un esserino tenero.
Fu quell'immagine, non l'episodio,
a viaggiare per il paese.
A Brooklyn la videro Morris e Rose
Michtom, immigrati ebrei di origine russa che tenevano un negozietto di
dolciumi.
Rose cucì un orso di stoffa, Morris
lo mise in vetrina accanto alla vignetta con un cartello: Teddy's bear,
l'orso di Teddy, perché Teddy era il diminutivo con cui in tutta l'America si
chiamava il presidente.
Ne vendettero infiniti.
Con gli anni Teddy's bear
perse il genitivo e la storia.
Rimase teddy bear, e
nessuno, pronunciandolo, pensa più a Theodore Roosevelt.
Vale la pena guardare chi tocca
questa vicenda senza mai incontrarsi.
Un presidente a caccia nel Sud. Un
disegnatore chino su un tavolo a Washington. Due immigrati che di notte cuciono
peluche nel retro di un negozio di caramelle.
E all'altro capo, lontano da tutti,
un numero incalcolabile di bambini che stringeranno quell'orso senza sapere
nulla del Mississippi, della vignetta, di Morris e Rose.
Colpisce che il più mite dei
giocattoli, quello che si mette in mano ai bambini perché non abbiano paura al
buio, sia nato da un fucile abbassato in una battuta di caccia.
La tenerezza non discese da un
mondo senza violenza, ma attraversò le mani di chi disegna, di chi cuce, di chi
vende, e arrivò fino a un letto d'infanzia avendo dimenticato, per strada, da
dove veniva.
L'orso di pezza non racconta
niente.
Sta in una mano piccola, poi in una
soffitta, poi torna in una mano adulta molti anni dopo.
Non sa di venire da un bosco del
Sud, non sa dei due immigrati che lo inventarono a Brooklyn.
Porta con sé tutto questo senza
poterlo dire.
27.8.26
Il colpo non sparato
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