5.3.26

Dove il silenzio pesa, la parola consola

Nell’epoca della comunicazione istantanea può sembrare paradossale soffermarsi su una forma di comunicazione lenta come la lettera. Eppure proprio la lentezza restituisce alle parole un peso che altri strumenti hanno progressivamente attenuato.
Scrivere a qualcuno che non si conosce introduce un elemento singolare. Non esiste una storia condivisa e non ci sono ricordi comuni. Rimane soltanto la parola, affidata alla possibilità che qualcuno, dall’altra parte, la raccolga e le attribuisca un senso.
Esistono, però, luoghi in cui la distanza prende corpo, ed allora una lettera non è più soltanto una lettera.
Il silenzio del carcere non coincide con la quiete, ma è fatto di giorni che si somigliano, di rumori sempre uguali, di nomi che con il tempo smettono di essere pronunciati da chi vive fuori.
Accade così che la pena non si esaurisca nella durata stabilita da una sentenza; talvolta assume una forma più sottile, quella della progressiva scomparsa dalla memoria degli altri.
Nel 2023 la Fondazione Calasso, insieme a Eduradio&Tv, ha promosso un’iniziativa semplice. A cento persone è stato chiesto di scrivere una lettera destinata a un detenuto sconosciuto, senza tema né traccia da seguire. Solo un foglio bianco e la libertà di riempirlo.
Il risultato ha rivelato un curioso paradosso.
Molti tra coloro che scrivevano vivevano in piena libertà e tuttavia raccontavano passaggi difficili della propria esistenza. Chi riceveva quelle parole era recluso ma, attraverso quei racconti, poteva immaginare luoghi e situazioni diversi dalla ripetizione delle giornate.
Due forme diverse di prigionia sembravano riconoscersi.
Tra i partecipanti c’erano Daniela, rimasta senza l’uso delle gambe dopo un incidente, e Dario, con una storia personale che preferisce raccontare solo in parte. Le loro lettere parlavano di cose semplici come il caffè del mattino, la pioggia sul vetro o un libro aperto quando fuori comincia a fare buio.
Dettagli minuscoli che, in un luogo dove tutto rimane uguale, possono assumere un valore inatteso.
Le lettere sono arrivate dove normalmente arriva poco. Sono state lette, rilette, condivise. Per qualche minuto la giornata ha assunto un ritmo diverso.
Per chi vive in carcere il problema non è soltanto il tempo che passa.
Il vero rischio è diventare invisibili.
Si ripete spesso che una parola non cambi nulla. È vero, quasi sempre.
Eppure una parola può cambiare la qualità di un giorno. E in certi luoghi, dove i giorni si assomigliano fino a confondersi, questo è già moltissimo.
Una lettera non restituisce la libertà. Ma può restituire la sensazione di esistere per qualcuno, da qualche parte, fuori da quelle mura.
E forse è proprio lì — in quel margine sottile tra l'invisibilità e l'essere ricordati — che una parola scritta a mano trova ancora il suo senso più antico.


 

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