By the
time we got to Woodstock.
We were
half a million strong.
And
everywhere there was song and celebration
And I
dreamed I saw the bombers
Riding
shotgun in the sky.
And they
were turning into butterflies
Above our
nation.
Nei versi dell’omonima canzone,
Joni Mitchell esprime poeticamente lo spirito che animò Woodstock.
“Cosa” fu Woodstock: una kermesse musicale? uno sgangherato
evento mondano? un raduno di scapestrati libertini? un proditorio attacco
all’ordine costituito? un’accorata dichiarazione d’intenti? un grido di speranza?
Forse nulla di tutto questo. O forse tutto ciò, messo
assieme. La “fluidità” della sua essenza sfugge inesorabilmente a didascaliche
interpretazioni da salotto.
Ed allora è
preferibile chiedersi “come” fu Woodstock.
Si tenne dal 15 al 18 agosto 1969 a Bethel, una città
di campagna nello stato di New York,
Il nome ufficiale della manifestazione, dato dagli
organizzatori, fu “La Fiera della musica
e delle arti di Woodstock”, (la vicina cittadina di Woodstock, nella contea
di Ulster, famosa per i suoi festival d’arte), ma ben presto mutò rispetto alle
sue iniziali finalità.
I numeri sono
eloquenti; le stime ufficiali parlano di 400mila spettatori, ma una tesi non peregrina
vi accredita più di un milione di giovani.
Durò un
giorno più del previsto, in quanto gli ospiti invitati a salire sul palco - trentadue
musicisti e gruppi, fra i più noti di allora- nel dare vita alle loro performance,
tutte degne di autonoma menzione ed approfondimento, non riuscirono a
rispettare la scaletta.
E così Jimi
Hendrix, che aveva posto come condizione quella di essere l’ultimo ad esibirsi,
suonò per circa due ore, alle nove del mattino di lunedì 18 agosto, in un
antesignano after hour, lasciando alla storia la sua più lunga
esibizione live, più di due ore, sublimata nell’interpretazione, alla chitarra
elettrica, dell’inno americano, The Star-Spangled Banner, con i suoni
distorti, simili al sibilo delle mitragliatrici che al tempo imperversavano in Vietnam.
Anche la
gestione delle avverse condizioni meteo fu quantomeno “creativa”.
La pioggia,
pressoché ininterrotta, e la conseguente distesa di fango finirono per costituire
un’enorme piscina in cui fare il bagno e giocare tutti insieme, poco importa se
senza vestiti; quelli un po' più timidi, in fondo, potevano comunque far liberamente
ricorso ad “aiutini”.
Corpi nudi immersi
in un fiume di fango, pervasi di droghe e storditi da confusione e musica ininterrotta.
Un
qualsivoglia conformista, un “beatiful
boy”, di lennoniana memoria, penserebbe immediatamente a fenomeni violenti
in diretta correlazione con un simile -scandaloso- scenario.
Ma la
realtà dei fatti fu diversa, anche stavolta, perchè “la vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti”.
Il bilancio
ufficiale, in un contesto che ha visto una platea di centinaia di migliaia di
persone per quattro giorni su un’area pari a 600 acri (2,4 chilometri quadrati),
parla di due morti (una accidentale ed un decesso per overdose) a fronte di due
lieti eventi, due nascite, una in un elicottero e l’altra in una macchina in
coda.
Per tacer
di Joan Baez, che cantò, incinta di sei mesi, di pacifismo ed obiezione di
coscienza.
A questo punto, la miglior risposta all’interrogativo iniziale sul “come” di Woodstock è forse racchiusa in un altro verso della canzone di Joni Mitchell:
I'm going to camp out
on the land
I’m gonna try and get
my soul free.

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