4.11.21

Tre giorni di pace, amore e musica

By the time we got to Woodstock.
We were half a million strong.
And everywhere there was song and celebration
And I dreamed I saw the bombers
Riding shotgun in the sky.
And they were turning into butterflies
Above our nation.

Nei versi dell’omonima canzone, Joni Mitchell esprime poeticamente lo spirito che animò Woodstock.

            “Cosa” fu Woodstock: una kermesse musicale? uno sgangherato evento mondano? un raduno di scapestrati libertini? un proditorio attacco all’ordine costituito? un’accorata dichiarazione d’intenti? un grido di speranza?

         Forse nulla di tutto questo. O forse tutto ciò, messo assieme. La “fluidità” della sua essenza sfugge inesorabilmente a didascaliche interpretazioni da salotto.

Ed allora è preferibile chiedersi “come” fu Woodstock.

           Si tenne dal 15 al 18 agosto 1969 a Bethel, una città di campagna nello stato di New York,

           Il nome ufficiale della manifestazione, dato dagli organizzatori, fu “La Fiera della musica e delle arti di Woodstock”, (la vicina cittadina di Woodstock, nella contea di Ulster, famosa per i suoi festival d’arte), ma ben presto mutò rispetto alle sue iniziali finalità.

I numeri sono eloquenti; le stime ufficiali parlano di 400mila spettatori, ma una tesi non peregrina vi accredita più di un milione di giovani.

Durò un giorno più del previsto, in quanto gli ospiti invitati a salire sul palco - trentadue musicisti e gruppi, fra i più noti di allora- nel dare vita alle loro performance, tutte degne di autonoma menzione ed approfondimento, non riuscirono a rispettare la scaletta.

E così Jimi Hendrix, che aveva posto come condizione quella di essere l’ultimo ad esibirsi, suonò per circa due ore, alle nove del mattino di lunedì 18 agosto, in un antesignano after hour, lasciando alla storia la sua più lunga esibizione live, più di due ore, sublimata nell’interpretazione, alla chitarra elettrica, dell’inno americano, The Star-Spangled Banner, con i suoni distorti, simili al sibilo delle mitragliatrici che al tempo imperversavano in Vietnam.

Anche la gestione delle avverse condizioni meteo fu quantomeno “creativa”.

La pioggia, pressoché ininterrotta, e la conseguente distesa di fango finirono per costituire un’enorme piscina in cui fare il bagno e giocare tutti insieme, poco importa se senza vestiti; quelli un po' più timidi, in fondo, potevano comunque far liberamente ricorso ad “aiutini”.

Corpi nudi immersi in un fiume di fango, pervasi di droghe e storditi da confusione e musica ininterrotta.

Un qualsivoglia conformista, un “beatiful boy”, di lennoniana memoria, penserebbe immediatamente a fenomeni violenti in diretta correlazione con un simile -scandaloso- scenario.

Ma la realtà dei fatti fu diversa, anche stavolta, perchè “la vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti”.

Il bilancio ufficiale, in un contesto che ha visto una platea di centinaia di migliaia di persone per quattro giorni su un’area pari a 600 acri (2,4 chilometri quadrati), parla di due morti (una accidentale ed un decesso per overdose) a fronte di due lieti eventi, due nascite, una in un elicottero e l’altra in una macchina in coda.

Per tacer di Joan Baez, che cantò, incinta di sei mesi, di pacifismo ed obiezione di coscienza.

           A questo punto, la miglior risposta all’interrogativo iniziale sul “come” di Woodstock è forse racchiusa in un altro verso della canzone di Joni Mitchell:  

I'm going to camp out on the land

I’m gonna try and get my soul free.



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