Nella poetica pittorica di Amedeo Modigliani, il ritratto rappresenta un vitale strumento di esternazione dell’ansia, profondamente umana, d’intrecciare uno scambio relazionale con altri esseri.
Essere ritratti da Amedeo Modigliani era, infatti, come "farsi spogliare l'anima".
Tuttavia, in quasi tutti i suoi ritratti femminili, Amedeo Modigliani dipingeva occhi privi di pupille, piuttosto vitrei (secondo alcuni, frutto di un rapporto travagliato con il gentil sesso, reliquato di probabili traumi del passato).
«No, non dipingerò i tuoi occhi… non adesso… non prima di avere dischiuso il mistero della tua anima… un giorno dipingerò i tuoi occhi.».
E’ così che disse il Maestro, rivolgendosi a Jeanne Hébuterne, i cui ritratti sono la più eccelsa e meravigliosa dichiarazione d’amore del pittore nei suoi confronti.
Jeanne, infatti, vi appare protagonista in oltre 20 quadri dell’artista, con ogni abito, in ogni posa, con ogni stato d’animo: estremo e palpabile esempio “della consapevolezza dell’appartenenza reciproca, del sentimento della vicinanza, della considerazione”.
La dolce figura di Jeanne Hébuterne, il suo viso candido ed i suoi occhi chiarissimi incorniciati –a contrasto- da una cascata di capelli scuri, sono il più eloquente paradigma della loro non comune storia d’amore.
Una totale condivisione di anime. Amore e follia che si incrociano. E si fondono.
Amedeo Modigliani e la sua musa accomunarono i rispettivi destini, seppur tragici e pregni di dolore, sublimando proprio quelle contraddizioni che immancabilmente balzano agli occhi di osservatori solo superficiali e convenzionali delle dinamiche della vita: lei giovane e timida pittrice alle prime armi, di rigorosa ispirazione cattolica, dal carattere introverso e dai modi gentili, lui “artista maledetto”, dissoluto, poco incline alle regole e schiavo del vizio e degli eccessi, a sua volta oggetto del feroce stigma antisemita.
I due si conoscono nel febbraio del 1917, in occasione di una festa di carnevale organizzata dall’Académie Colarossi, che entrambi frequentano; Modì ha 33 anni, la sua “noix de coco”, 19.
L’amore tra i due è questione di pochi istanti, ma nessuno, nell’entourage del pittore, pone ragionevoli aspettative sull’unione, vista peraltro la recente e turbolentissima fine della relazione del pittore con Beatrice Hastings (un rapporto che, a detta dei più, fu alla base della sua dipendenza da alcool e droghe).
Jeanne, in rotta con la sua famiglia, va via di casa nel mese di luglio ed i due decidono di andare a vivere insieme in un malridotta ed umida magione nel quartiere di Montparnasse, ottenuta grazie ad un modesto appannaggio di Léopold Zborowski, mecenate di vari artisti, tra i quali Chagall.
La situazione di salute di Amedeo, ormai minata dagli eccessi, e la gravidanza di Jeanne, consigliano un trasferimento in Costa Azzurra.
A novembre del ‘18, a Nizza, vede la luce la piccola Jeanne, chiamata come sua madre ed alla quale il padre non riesce a dare il suo cognome perché quel giorno, troppo impegnato a tirar tardi nei locali per festeggiare, trova chiuso l’ufficio anagrafe, salvo, poi, non tornarvici mai più.
Nel maggio del ’19, Modigliani ritorna a Parigi, ma il mese dopo Jeanne gli preannuncia di essere di nuovo incinta e di volerlo raggiungere. Matura così la sua intenzione di sposarla, non appena in possesso dei necessari documenti richiesti alla natia municipalità di Livorno. Ne lascia memoria scritta, in cui, peraltro, trascrive erroneamente l'ortografia del nome della sua amata.
L’intenzione naufragherà miseramente, così come la sua lotta alla dipendenza (anch’essa sancita per iscritto in calce ad un quadro, “Il ritratto di Mario Varvogli”).
La salute di Amedeo peggiora, irreversibilmente, sino al gennaio del ’20, allorquando, i vicini di casa, allarmati da un prolungato silenzio, trovano Modigliani, preda della meningite tubercolare, con stretta accanto la sua amata, al nono mese di gravidanza, terrorizzata ed impotente di fronte a cotanta situazione.
L’artista giunge in ospedale in condizione disperate e vi muore due giorni dopo, il 24 gennaio.
Jeanne alla notizia della morte del compagno, trascorre una prima notte in albergo, in preda alla più cupa disperazione (il rinvenimento, l’indomani, da parte di una cameriera, di un rasoio sotto il cuscino, è triste presagio di gesti folli).
Jeanne va in ospedale a rivedere il suo Amedeo per l’ultima volta, accompagnata dal padre. Quella notte si rifugia a casa dei genitori dove il fratello Andrè le tiene compagnia.
Ma, all’alba, assopitosi Andrè, Jeanne si lascia scivolare dalla finestra del quinto piano, ponendo fine alla sua esistenza e portando con sé l’altro frutto del loro amore, un maschietto, ormai in procinto di affacciarsi alla vita.
Il commiato al mondo dei due segue percorsi, inizialmente opposti, ma poi inesorabilmente coincidenti, come tutta la loro storia.
Ad Amedeo Modigliani, per espressa volontà del fratello, vengono tributate esequie “come da principe” e, tra due ali di folla in corteo, gli viene accordata sepoltura al cimitero di Pere-Lachaise.
Jeanne, invece, viene tumulata, alle otto del mattino, in un cimitero di periferia, quasi in segreto, perché i suoi genitori così volevano, nel malcelato tentativo di evitare “scandali”.
Solo dieci anni dopo, grazie al fattivo interessamento, non solo della famiglia Modigliani, che nel frattempo aveva fatto sì che la piccola Jeanne potesse assumere il cognome paterno, ma anche di leali e sinceri amici della coppia, i due potranno finalmente riposare nel medesimo avello, la cui ingenerosa epigrafe descrive la Hèbuterne come “Compagna devota fino all'estremo sacrifizio”.
Amedeo e Jeanne sono altro e ben di più che l’espressione di una semplice “devozione” reciproca.
Soccorrono, a descriverli, citazioni di sapore letterario.
Corrado Augias, nel suo libro “Modigliani, l’ultimo romantico”, scrive: “Dicono di averli visti seduti per ore a un tavolino della Rotonde fissando qualcosa davanti a sé, senza scambiarsi una sola parola, presi in realtà l’uno dell’altra, consapevoli di una felicità che la semplice vicinanza rende concreta. Del resto, era abitudine condivisa dai due compagni il sedersi l’uno di fronte all’altra e dipingersi”.
E l’angelica Jeanne, la timida diciannovenne che parlava per sussurri e si muoveva a scatti?
Ci piace immaginarla all’atto di pronunciare la frase che dà il titolo ad un libro di Olga Marciano ed Imma Battista sulle opere di Modigliani: “Avete mai amato così profondamente da condannare voi stessi all’inferno? Io l’ho fatto”.

Nessun commento:
Posta un commento