18.11.21

Sogni pubblici, miti privati

 

Quando si parla di mitologia, il pensiero corre inevitabilmente alla figura di Omero e ai suoi poemi.

   Ed a ben guardare, si tratta di concetti che sembrano fondersi.Le più ardite tesi elaborate sulla questione omerica si spingono sino addirittura a negare l’esistenza fisica del poeta, tutte comunque concordando sulla presenza di una tradizione, essenzialmente orale, alla base della produzione letteraria scritta.

  Su quel materiale, i giovani dell’epoca non approfondivano unicamente la lingua; esse costituivano il punto di riferimento da cui apprendere i basilari valori delle norme etiche e religiose, nell’ottica di crescita e costruzione di una coscienza personale.

    I poemi omerici, soprattutto l’Iliade, risentono inoltre fortemente della religione olimpica e della sua concezione antropomorfica degli dei, che appaiono molto simili agli uomini, sia per virtù che per debolezze.

    I rapporti privati dell’individuo con la divinità restano sullo sfondo, quasi irrilevanti.

    Viceversa, domina il concetto di Fato, che, ben più forte, governa sui destini degli dei e degli uomini, incapaci di comprenderlo, al pari di una necessità cosmica, neutra ed impersonale che appare casuale e che invece guida il susseguirsi degli eventi secondo un ordine non modificabile.

   Forse fu quello stesso Fato che, nel Natale del 1829, pose tra le mani di un vivace frugoletto di sette anni un libro di storia per bambini.

  Heinrich Schliemann –questo il nome del bambino- rimase folgorato dalle illustrazioni riguardanti l’incendio di Troia –la mitica Ilio- e le sue imponenti mura, mai ritrovate e per questo ritenute di pura immaginazione. Un sogno collettivo.

    Riuscire a riportare personalmente alla luce l’antica Troia e così dimostrarne la sua realtà al mondo che invece la riteneva una pura licenza poetica, divenne, in quel preciso istante, la sua unica ragione di vita.

    Negli anni a venire il Fato riservò generosamente in dono a Schliemann una non comune intraprendenza ed acutissime capacità intellettive, tali da consentirgli di accumulare risorse economiche che, da modesto garzone di bottega, lo resero uno degli uomini d’affari tra i più facoltosi d’Europa.

    Potendo pertanto vivere di rendita, abbandonò quei lucrosi commerci e decise di impiegare buona parte delle fortune ricavate per inseguire il “suo” sogno: trovare la “ventosa pianura di Troia” descritta da Omero.

    La meticolosa conoscenza di quei versi antichi (o il Fato ?) fu alla base dell’intuizione che lo portò a concentrare uomini e mezzi presso un sito mai esplorato prima da nessuno, nello stretto dei Dardanelli.

    Al suo fianco, la seconda moglie Sophia Engastromenou, non ancora ventenne, “fatalmente” scelta come compagna di vita, perché, al tempo stesso, greca, povera, giovane, bella, di temperamento ardimentoso ed erudita sui classici (conosceva bene le opere di Omero).

    E, successivamente, madre dei suoi figli, cui fu dato il nome di Agamennone e Andromaca, perchè al Fato non può certo difettar la coerenza.

    Nella mattinata del 14 giugno 1873, l’ultimo giorno di lavori prima della scadenza della concessione, con conseguente interruzione delle operazioni, il Fato, assunte stavolta le sembianze di un provvido attrezzo da scavo, fece emergere dal terreno un oggetto luccicante.

    Schliemann, presago del successo, prudenzialmente congedò le maestranze e tornò sul sito solamente a notte fonda, con accanto Sophia.

    Fu così che nell’ampio scialle della donna trovarono amorevole accoglienza, a più riprese, i migliaia di reperti emersi, tutti di pregevolissima fattura. 

    Quello più bello, però -un diadema composto da 16.000 lamine d’oro puro- su insistenza di suo marito, le adornò il capo, quasi da rediviva Elena in un romantico flashback sognato per una vita.

    A prima vista sembrava essere il tesoro di Priamo, ma apparteneva alle vestigia di una città fiorita circa mille anni prima di Ilio. Le moderne tecniche, associate alla ricerca archeologica, hanno infatti consentito di appurare che il sito su cui insiste l’agglomerato urbano di Troia consta di nove livelli sovrapposti tra loro, succedutisi nel tempo, dall’età del bronzo all’età bizantina e che pertanto le gesta degli eroi omerici ebbero come teatro, più precisamente, il sesto, a partire dallo strato più basso.

   Al di là della datazione e dell’attribuzione dei resti rinvenuti da Schliemann, ciò valse comunque a dimostrare al mondo intero che il suo non fu il capriccio di un visionario.

    E che la città di Troia, nel suo destino distrutta e riedificata per ben nove volte, forse rappresenta la metafora di quell’ignota connessione che unisce mito e realtà, spirituale e materiale, morte e rinascita.

    Fatale, per l'appunto.



4.11.21

Tre giorni di pace, amore e musica

By the time we got to Woodstock.
We were half a million strong.
And everywhere there was song and celebration
And I dreamed I saw the bombers
Riding shotgun in the sky.
And they were turning into butterflies
Above our nation.

Nei versi dell’omonima canzone, Joni Mitchell esprime poeticamente lo spirito che animò Woodstock.

            “Cosa” fu Woodstock: una kermesse musicale? uno sgangherato evento mondano? un raduno di scapestrati libertini? un proditorio attacco all’ordine costituito? un’accorata dichiarazione d’intenti? un grido di speranza?

         Forse nulla di tutto questo. O forse tutto ciò, messo assieme. La “fluidità” della sua essenza sfugge inesorabilmente a didascaliche interpretazioni da salotto.

Ed allora è preferibile chiedersi “come” fu Woodstock.

           Si tenne dal 15 al 18 agosto 1969 a Bethel, una città di campagna nello stato di New York,

           Il nome ufficiale della manifestazione, dato dagli organizzatori, fu “La Fiera della musica e delle arti di Woodstock”, (la vicina cittadina di Woodstock, nella contea di Ulster, famosa per i suoi festival d’arte), ma ben presto mutò rispetto alle sue iniziali finalità.

I numeri sono eloquenti; le stime ufficiali parlano di 400mila spettatori, ma una tesi non peregrina vi accredita più di un milione di giovani.

Durò un giorno più del previsto, in quanto gli ospiti invitati a salire sul palco - trentadue musicisti e gruppi, fra i più noti di allora- nel dare vita alle loro performance, tutte degne di autonoma menzione ed approfondimento, non riuscirono a rispettare la scaletta.

E così Jimi Hendrix, che aveva posto come condizione quella di essere l’ultimo ad esibirsi, suonò per circa due ore, alle nove del mattino di lunedì 18 agosto, in un antesignano after hour, lasciando alla storia la sua più lunga esibizione live, più di due ore, sublimata nell’interpretazione, alla chitarra elettrica, dell’inno americano, The Star-Spangled Banner, con i suoni distorti, simili al sibilo delle mitragliatrici che al tempo imperversavano in Vietnam.

Anche la gestione delle avverse condizioni meteo fu quantomeno “creativa”.

La pioggia, pressoché ininterrotta, e la conseguente distesa di fango finirono per costituire un’enorme piscina in cui fare il bagno e giocare tutti insieme, poco importa se senza vestiti; quelli un po' più timidi, in fondo, potevano comunque far liberamente ricorso ad “aiutini”.

Corpi nudi immersi in un fiume di fango, pervasi di droghe e storditi da confusione e musica ininterrotta.

Un qualsivoglia conformista, un “beatiful boy”, di lennoniana memoria, penserebbe immediatamente a fenomeni violenti in diretta correlazione con un simile -scandaloso- scenario.

Ma la realtà dei fatti fu diversa, anche stavolta, perchè “la vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti”.

Il bilancio ufficiale, in un contesto che ha visto una platea di centinaia di migliaia di persone per quattro giorni su un’area pari a 600 acri (2,4 chilometri quadrati), parla di due morti (una accidentale ed un decesso per overdose) a fronte di due lieti eventi, due nascite, una in un elicottero e l’altra in una macchina in coda.

Per tacer di Joan Baez, che cantò, incinta di sei mesi, di pacifismo ed obiezione di coscienza.

           A questo punto, la miglior risposta all’interrogativo iniziale sul “come” di Woodstock è forse racchiusa in un altro verso della canzone di Joni Mitchell:  

I'm going to camp out on the land

I’m gonna try and get my soul free.



21.10.21

Non si giudica un libro dalla copertina

Nel 2000, a Copenaghen, ad opera di Ronni Abergel, di suo fratello Dany e degli amici Asma Mouna e Christoffer Erichsen, vede la luce un’iniziativa dal nome “Human Library”.

       L’idea di fondo che la caratterizza è che un pre-giudizio, ricorrentemente, può influenzare il concetto su ciò che si manifesta.

Si tratta di una biblioteca del tutto particolare, al cui interno non vi trovano materiale accoglienza libri cartacei, bensì persone; in carne, ossa e -soprattutto- anima.

         Ognuna di esse, al pari dei libri tradizionali, reca un titolo che riassume ciò che li caratterizza secondo un’etichetta: "disoccupato", "rifugiato", "bipolare”, “ragazzo gay”, “senzatetto”, “nudista”, “donna islamica”.

Il lettore può decidere di consultarne uno, conversandovici per circa mezz’ora ed avendo cura, preferibilmente, di scegliere quello più lontano dalla propria sensibilità e dalle proprie costruzioni mentali.

Nel far ciò, deve assumere a parametro il “titolo” del libro che ha dinanzi a sé.

Quel che ne segue è sorprendente, perlomeno agli occhi dei più.

Il rapporto che si viene a creare tra “lettore” e “libro”, lasciando fluire liberamente la comunicazione tra i due, ben presto rafforza e sostanzia l’idea che ciò che unisce è assai più di quello che -a torto- può essere causa di differenziazioni.

E che sia quanto mai opportuno mettere da parte i pregiudizi e sperimentare un’esperienza di prima persona, senza cedere ad affrettati stereotipi condizionanti.

Non a caso, il Consiglio d’Europa, dal 2003 riconosce l’Human Library come buona prassi, favorendo l’organizzazione di eventi sulla falsariga del tema della biblioteca, a prescindere dalla fisicità del luogo ad esso deputato.

            La preferibile risposta di comunicazione, reciproca comprensione e condivisione che si contrappone alla cieca intolleranza. 



26.8.21

L’uomo sbagliato al momento giusto


 Cara Wanda,
    tu non lo crederai. 
    Che lo abbia voluto o meno, ho fatto del bene e portato a molti emarginati, che mi hanno scritto e cercato in tutti questi anni, la forza di cercare un riscatto umano, la volontà di essere se stessi, al di là dei giudizi della gente. 
    Alcune persone hanno trovato, in alcune pagine di “Altri libertini”, una ragione per andare avanti e dare un senso alla propria vita”.

    Chi scrive queste parole, nel 1980, è Pier Vittorio Tondelli, in una lettera indirizzata alla sua insegnante di liceo, che lo aveva contattato preoccupata per via delle tormentate vicende di carattere giudiziario sorte all’indomani della pubblicazione del libro “Altri libertini”.

   Era infatti successo che il Tribunale dell’Aquila, con provvedimento a firma del Giudice Bartolomei, avesse disposto il sequestro della pubblicazione, ritenendola “opera luridamente blasfema”.

    Una tale forma di damnatio memoriae -miope, anacronistica ed immotivata- non potè avere lunga vita ed il libro, ritornato ben presto ad essere fruibile, divenne un vero e proprio “caso letterario”.

    Dopo “altri libertini”, termini come “giovanilismo” e “postmoderno” otterranno a pieno titolo cittadinanza ed avranno un senso più compiuto.

    Sei racconti, messi insieme a mò di romanzo dal suo autore, in cui Tondelli, con mirabile sensibilità e non comune senso di osservazione, riesce a cogliere, fin dalle percezioni più profonde, il disincanto e la fame di vita di un’intera generazione, a suo modo rivoluzionaria e perciò in palese contrasto con i consueti schemi e modelli di pensiero.

    Vi riesce, grazie all’uso di un registro linguistico –un argot- crudo, aspro, del tutto privo di manierismi, anzi infarcito di coloriture lessicali, alcune delle quali decisamente forti.

    Anche il contesto è originale: non più la rutilante vita di città, ma la provincia ed il suo microcosmo fatto di luoghi e rituali, in cui i protagonisti decidono di esprimersi al netto di qualsivoglia freno morale (o moralistico), a trecentosessanta gradi, affidando a quella vita vissuta “pericolosamente” il loro anelito di un mondo diverso, al di là delle frustrazioni derivanti dai conformismi imposti dalla società.

    Difficile ma non impossibile da raggiungere.

  Tondelli, diviene così, suo malgrado, un autore di rottura, l’involontaria icona di un movimento, catalizzando però su di sé gli strali dei suoi reazionari detrattori.

    Anche la sue scelte di vita, del tutto personali e private, ma non per questo segrete, restano sacrificate sull’altare dell’ortodossia di pensiero ed oggetto di ingiuste strumentalizzazioni.

    Fino a giungere a quella più estrema, la più dolorosa.

  Nel giorno del suo addio alla vita, nel dicembre del '91, la sua famiglia ne annuncia la dipartita per una “polmonite bilaterale”, quasi che la morte per AIDS potesse costituire un marchio infamante.

   Racchiudere una personalità così così delicata e sensibile entro rigide e sterili classificazioni è ingiusto e riprovevole. Tondelli non fu uno “scrittore omosessuale ”, “un libertino che andava in paradiso dopo aver espiato le proprie colpe e affrontato la malattia da vero cristiano”.

    Fu qualcos’altro.

   Il suo testamento spirituale si evidenzia nelle affermazioni descrittive di sé stesso, permeate di dolce malinconia, che, con lungimiranza, quasi da preveggente, l’autore lascia pronunciare a Leo, suo alter ego, nonché protagonista del suo ultimo romanzo, del 1989, “Camere separate”:  “Si sarebbe sentito in contatto con i suoi coetanei, li avrebbe cercati iscrivendosi all’università di Bologna, li avrebbe trovati solo per rendersi conto che la propria vita si sarebbe giocata in solitudine e avrebbe potuto unirsi agli altri unicamente attraverso l’esercizio solitario e distanziato di una pratica vecchia come il mondo: la scrittura. Avrebbe capito che non sarebbe mai stato un protagonista, ma un osservatore”.

   Un osservatore dell’anima delle persone, dei loro moti, del bisogno di comprensione e di inclusione sociale.


12.8.21

Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi…


Nella poetica pittorica di Amedeo Modigliani, il ritratto rappresenta un vitale strumento di esternazione dell’ansia, profondamente umana, d’intrecciare uno scambio relazionale con altri esseri.

    Essere ritratti da Amedeo Modigliani era, infatti, come "farsi spogliare l'anima".

   Tuttavia, in quasi tutti i suoi ritratti femminili, Amedeo Modigliani dipingeva occhi privi di pupille, piuttosto vitrei (secondo alcuni, frutto di un rapporto travagliato con il gentil sesso, reliquato di probabili traumi del passato).

   «No, non dipingerò i tuoi occhi… non adesso… non prima di avere dischiuso il mistero della tua anima… un giorno dipingerò i tuoi occhi.».

    E’ così che disse il Maestro, rivolgendosi a Jeanne Hébuterne, i cui ritratti sono la più eccelsa e meravigliosa dichiarazione d’amore del pittore nei suoi confronti.

    Jeanne, infatti, vi appare protagonista in oltre 20 quadri dell’artista, con ogni abito, in ogni posa, con ogni stato d’animo: estremo e palpabile esempio “della consapevolezza dell’appartenenza reciproca, del sentimento della vicinanza, della considerazione”.

  La dolce figura di Jeanne Hébuterne, il suo viso candido ed i suoi occhi chiarissimi incorniciati –a contrasto- da una cascata di capelli scuri, sono il più eloquente paradigma della loro non comune storia d’amore. 

    Una totale condivisione di anime. Amore e follia che si incrociano. E si fondono.

   Amedeo Modigliani e la sua musa accomunarono i rispettivi destini, seppur tragici e pregni di dolore, sublimando proprio quelle contraddizioni che immancabilmente balzano agli occhi di osservatori solo superficiali e convenzionali delle dinamiche della vita: lei giovane e timida pittrice alle prime armi, di rigorosa ispirazione cattolica, dal carattere introverso e dai modi gentili, lui “artista maledetto”, dissoluto, poco incline alle regole e schiavo del vizio e degli eccessi, a sua volta oggetto del feroce stigma antisemita.

    I due si conoscono nel febbraio del 1917, in occasione di una festa di carnevale organizzata dall’Académie Colarossi, che entrambi frequentano; Modì ha 33 anni, la sua “noix de coco”, 19.

    L’amore tra i due è questione di pochi istanti, ma nessuno, nell’entourage del pittore, pone ragionevoli aspettative sull’unione, vista peraltro la recente e turbolentissima fine della relazione del pittore con Beatrice Hastings (un rapporto che, a detta dei più, fu alla base della sua dipendenza da alcool e droghe).

    Jeanne, in rotta con la sua famiglia, va via di casa nel mese di luglio ed i due decidono di andare a vivere insieme in un malridotta ed umida magione nel quartiere di Montparnasse, ottenuta grazie ad un modesto appannaggio di Léopold Zborowski, mecenate di vari artisti, tra i quali Chagall.

    La situazione di salute di Amedeo, ormai minata dagli eccessi, e la gravidanza di Jeanne, consigliano un trasferimento in Costa Azzurra.

    A novembre del ‘18, a Nizza, vede la luce la piccola Jeanne, chiamata come sua madre ed alla quale il padre non riesce a dare il suo cognome perché quel giorno, troppo impegnato a tirar tardi nei locali per festeggiare, trova chiuso l’ufficio anagrafe, salvo, poi, non tornarvici mai più.

   Nel maggio del ’19, Modigliani ritorna a Parigi, ma il mese dopo Jeanne gli preannuncia di essere di nuovo incinta e di volerlo raggiungere. Matura così la sua intenzione di sposarla, non appena in possesso dei necessari documenti richiesti alla natia municipalità di Livorno. Ne lascia memoria scritta, in cui, peraltro, trascrive erroneamente l'ortografia del nome della sua amata.

     L’intenzione naufragherà miseramente, così come la sua lotta alla dipendenza (anch’essa sancita per iscritto in calce ad un quadro, “Il ritratto di Mario Varvogli”).

   La salute di Amedeo peggiora, irreversibilmente, sino al gennaio del ’20, allorquando, i vicini di casa, allarmati da un prolungato silenzio, trovano Modigliani, preda della meningite tubercolare, con stretta accanto la sua amata, al nono mese di gravidanza, terrorizzata ed impotente di fronte a cotanta situazione.

    L’artista giunge in ospedale in condizione disperate e vi muore due giorni dopo, il 24 gennaio.

    Jeanne alla notizia della morte del compagno, trascorre una prima notte in albergo, in preda alla più cupa disperazione (il rinvenimento, l’indomani, da parte di una cameriera, di un rasoio sotto il cuscino, è triste presagio di gesti folli).

  Jeanne va in ospedale a rivedere il suo Amedeo per l’ultima volta, accompagnata dal padre. Quella notte si rifugia a casa dei genitori dove il fratello Andrè le tiene compagnia.

    Ma, all’alba, assopitosi Andrè, Jeanne si lascia scivolare dalla finestra del quinto piano, ponendo fine alla sua esistenza e portando con sé l’altro frutto del loro amore, un maschietto, ormai in procinto di affacciarsi alla vita.

    Il commiato al mondo dei due segue percorsi, inizialmente opposti, ma poi inesorabilmente coincidenti, come tutta la loro storia.

  Ad Amedeo Modigliani, per espressa volontà del fratello, vengono tributate esequie “come da principe” e, tra due ali di folla in corteo, gli viene accordata sepoltura al cimitero di Pere-Lachaise.

    Jeanne, invece, viene tumulata, alle otto del mattino, in un cimitero di periferia, quasi in segreto, perché i suoi genitori così volevano, nel malcelato tentativo di evitare “scandali”.

    Solo dieci anni dopo, grazie al fattivo interessamento, non solo della famiglia Modigliani, che nel frattempo aveva fatto sì che la piccola Jeanne potesse assumere il cognome paterno, ma anche di leali e sinceri amici della coppia, i due potranno finalmente riposare nel medesimo avello, la cui ingenerosa epigrafe descrive la Hèbuterne come “Compagna devota fino all'estremo sacrifizio”.

  Amedeo e Jeanne sono altro e ben di più che l’espressione di una semplice “devozione” reciproca.

    Soccorrono, a descriverli, citazioni di sapore letterario.

    Corrado Augias, nel suo libro “Modigliani, l’ultimo romantico”, scrive: “Dicono di averli visti seduti per ore a un tavolino della Rotonde fissando qualcosa davanti a sé, senza scambiarsi una sola parola, presi in realtà l’uno dell’altra, consapevoli di una felicità che la semplice vicinanza rende concreta. Del resto, era abitudine condivisa dai due compagni il sedersi l’uno di fronte all’altra e dipingersi”.

  E l’angelica Jeanne, la timida diciannovenne che parlava per sussurri e si muoveva a scatti?

    Ci piace immaginarla all’atto di pronunciare la frase che dà il titolo ad un libro di Olga Marciano ed Imma Battista sulle opere di Modigliani: “Avete mai amato così profondamente da condannare voi stessi all’inferno? Io l’ho fatto”.