1.12.22

Samarcanda in trincea.

Henry Gunther, Augustin Trebuchon, George L. Price. Un americano, un francese e un britannico.
Sembra l’incipit di una barzelletta, ma di allegro non c’è proprio nulla.
E’ l’undici novembre del 1918.
Italia e Austria hanno firmato gli accordi di Villa Giusti otto giorni prima, deponendo finalmente le armi.
In un vagone ferroviario (stesso scenario che si ripeterà nel 1940) a Compiegne, nelle campagne francesi della Piccardia, i plenipotenziari delle forze ancora belligeranti firmano l’armistizio.
Sono le cinque del mattino, ma la cessazione delle ostilità viene fissata per le 11, sei ore dopo, per consentire di comunicare la notizia a tutti i settori del fronte.
La Grande Guerra, “l’inutile strage” -come la definì Benedetto XV- è finita.
Tuttavia quell’arco temporale di sei ore determinerà un’appendice di morte, se possibile, ancor più inutile: morti in guerra quando la guerra, di fatto, era già finita.
Non si può calcolarne con esattezza il numero. Ne furono centinaia, forse migliaia, ma Gunther, Trebuchon e Price sono stati gli ultimi soldati della Prima Guerra Mondiale, dicendola con De Andrè, a dare la vita, avendone in cambio una croce.
Henry Nicholas Gunther, ventitreenne impiegato di banca di Baltimora, trova la morte sul suolo francese, a Chaumont-devant-Damvillers, nella regione della Mosa, alle 10:59.
E’ l’ultimo americano a morire in un’azione di guerra.
Proprio lui, un americano dal cognome più tedesco che americano, schernito per questo dai suoi commilitoni, a morir per mano dei nemici tedeschi.
Proprio lui, morto da eroe, meritandosi la postuma promozione a sergente, dopo che in vita aveva dovuto patire l’onta della degradazione a soldato semplice perché aveva criticato in una lettera, poi intercettata dai suoi superiori, le disumane condizioni delle truppe in trincea.
L’ultimo soldato francese vittima di guerra fu Augustin Trébuchon, caduto sotto il fuoco dei tedeschi, nei pressi della Mosa, alle 10:45.
E’ un portaordini. Morì recando un messaggio al capitano, nel quale tra l’altro si disponeva adunarsi le truppe alle 11:30 e servire un rancio speciale -nell’occasione una fumante zuppa- per festeggiare l’imminente armistizio, da annunciare con uno squillo di tromba fuori ordinanza alle 11:15.
Ha quarant’anni. Fu arruolato per necessità belliche e spedito al fronte, pur se il maggiore di una famiglia di orfani.
E’ un umile pastore. Il suo ultimo sguardo probabilmente riuscì a cogliere la vegetazione delle Ardenne, ubertoso pascolo per le sue pecore.  
Muore l’11 novembre 1918, ma la menzione "Morto per la Francia" fu retrodatata a 10 novembre come per gli altri francesi morti quel giorno, in quanto, per le autorità militari, “non era possibile morire per la Francia il giorno dell'armistizio, il giorno della vittoria".
George Lawrence Price, soldato canadese di venticinque anni, è noto come l'ultimo soldato dell'Impero britannico a morire in combattimento durante la prima guerra mondiale.
Muore alle 10:58 durante operazioni di pattugliamento a Mons, sul suolo belga.
Il cecchino tedesco è ancor più invisibile del gas nervino che lo aveva invece risparmiato due mesi prima, lungo il Canal du Nord.
Le loro storie sono zeppe di contraddizioni, laddove, d’altro canto, la guerra è la più evidente contraddizione della vita.
Sono unite da un filo, rosso come il sangue e come il papavero di carta che ogni anno, nel Poppy Day, dopo un momento di raccoglimento alle 11 dell’11 novembre, in tutti i Paesi di lingua inglese, gli uomini di buona volontà appuntano sui loro vestiti.
Il più vicino possibile al cuore.



17.11.22

La dolce brezza che muove le tende a controra

Nel cuore di una città dal cuore grande, riposa -tra le tante- la leggenda di una bella principessa e del suo amore spezzato, trasformatosi in disperazione, tale da farla vagare, ancora in abito da sposa, per le vie della città ad introdursi nelle abitazioni in cerca di qualcosa o di qualcuno che non c’era; chi la ospitava, mosso da umana compassione e senso di generosità, le offriva disinteressatamente cibo e protezione, ricevendone in cambio dal re, suo padre (che la faceva seguire perché nulla di brutto potesse capitarle), munifici doni spediti in forma anonima.
Ipostasi dello spirito benefico della casa che assicura pace e serenità ai suoi occupanti.
Una volta accolta in casa, essa controlla e consiglia i membri della famiglia che godono così della sua tutela (a differenza del Munaciello, spirito dispettoso). 
È infatti portatrice di prosperità ovunque sia ben accettata e viene invocata nelle situazioni difficili e che compromettono la serenità familiare. 
Una presenza benevola e gentile che pare ami stare solo nelle case i cui abitanti ne abbiano considerazione.
Un tempo si aveva l’abitudine di mettere a tavola un posto in più per lei, lasciando una sedia libera affinché potesse entrare e sedersi per riposare. Ancora oggi alcuni anziani, in segno di rispetto, ogni qualvolta entrano o escono dalla propria abitazione, le rivolgono un saluto, un ossequio.
Simili premure sono appannaggio di una principessa, così come i suoi capricci: una casa trascurata la rende “nervosa”, al punto da dispensare sventure; stessa sorte per chi si lamenta della propria abitazione, progetti lavori radicali di trasformazione o addirittura un trasloco.
I più fortunati, in rare occasioni, possono scorgerla tra le tende mosse dal vento, in quelle giornate calde, a controra, misurate dalla meridiana (di qui il nome di “bella ‘Mbriana”, spirito diurno). 
Ma solo per un attimo: se sfiorata da sguardi umani, la bella ‘Mbriana assume le propizie sembianze di un geco, che da quel momento nessuno dovrà più scacciare o tantomeno disturbare.
Perché? 
A questo punto l’etereo pensiero si fonde con la materialissima scienza. 
Il geco possiede, tra i pochi animali della Terra, l’incredibile capacità di aderire con le sue zampe ad ogni tipo di superficie, senza la necessità di usare secrezioni adesive.
Le sue zampe sono ricoperte di più di due milioni di peli, capaci di sviluppare forza attrattiva in virtù della c.d. “interazione di van der Waals”: in teoria, uno stivale che sfruttasse lo stesso principio fisico potrebbe consentire a chi lo calza di aderire alla superficie della Stazione Spaziale Internazionale, come alla parete di una stanza qualsiasi.
Il geco, così, assurge a simbolo di salda unione con le superfici materiali delle pareti di casa, come pure, metaforicamente, con le persone che vi vivono; una connessione in spirito e materia.
La tradizione secolare della bella ‘Mbriana si riverbera ancor oggi nella vita quotidiana e sovente il suo nome è accostato a locali o esercizi commerciali di ogni natura, soprattutto partenopei. 
Fa capolino nelle arti letterarie e nella musica. 
Ne hanno scritto Giambattista Basile, in epoca barocca, Giuseppe Pitrè, nella sua opera “Curiosità popolari tradizionali” del 1890, Carlo Tito Dalbono, Giovanni Emanuele Bidera, Gaetano Amalfi e Matilde Serao.
Più di recente, nel 1982, Pino Daniele chiamò “bella Mbriana” la canzone che poi dà il nome ad un intero album.
Proprio Giuseppe Pitrè, riporta un adagio popolare: “Fanno diventar bello un brutto, arricchire un povero, ringiovanire un vecchio. Nel bel numero è la Bella ‘Mbriana, un vero augurio della casa. Qualche popolana, ritirandosi, la saluta: «Bona sera, bella ‘Mbriana!». E, così, se la propizia”.
Rientrati a casa, anelando tranquillità e positività, si potrà quindi ricorrere a lei con l’antica invocazione: “Bella ‘Mbriana, scetate!”. Svegliati, Bella ‘Mbriana, e portami fortuna. Sicuri che Ella ricambierà generosamente.  



17.3.22

So chi 6

In un suo racconto del 1929, intitolato “Catene”, l’autore ungherese Frigyes Karinthy enunciò una tesi che, ai più, apparve un mero esercizio di stile poetico, soprattutto perchè formulata su basi empiriche: due persone, anche se lontane e sconosciute, possono entrare in contatto tra loro, semplicemente attraverso sei passaggi intermedi di persone, a loro volta concatenate.

Quarant’anni dopo, nel 1967, il sociologo americano Stanley Milgram, approfondì scientificamente il concetto in uno studio condotto all’università di Harvard, cui diede il nome “teoria del mondo piccolo” o “small world effect”; al termine dei suoi esperimenti condotti in Massachusetts su un rilevante campione di soggetti, provò che il numero di passaggi per connettere due persone sconosciute tra loro variava da cinque a sette.

  Tale ricerca, pubblicata su “Psychology today”, contribuì a far nascere l’espressione “sei gradi separazione”, nell’accezione a noi nota. 

Il suo concetto di fondo è che due persone possono entrare in contatto con chiunque tramite soli sei individui. Ciò perchè la crescita esponenziale delle relazioni, pur partendo sostanzialmente da zero, crea le condizioni per connettersi. 

Un concetto che –attualizzato alla luce dei social e dei moderni mezzi di comunicazione- assume connotati ancor più sorprendenti.

Infatti, nel 2001 fu lo stesso Zuckerberg a ripetere l’esperimento dei sei gradi di separazione sugli iscritti di Facebook, in collaborazione con esperti informatici dell’Università Statale di Milano.

Ebbene, sul campione di relazioni analizzate venne fuori che i gradi di separazione che intercorrono tra due persone sono meno di quei risaputi sei, più precisamente 3.74. Un report ufficiale condotto su Facebook nel 2016 ha condotto a risultati molto simili.

Ma la crescita esponenziale è un fenomeno di natura, che si diverte a nascondersi tra le pieghe dell’ovvio e della superficialità umana.

Come nel caso della leggenda indiana sugli scacchi. 

Secondo tale leggenda, il suo inventore rispondeva al nome di Sissa, maestro di un principe. 

Il Principe fu molto colpito dalla sagacia del gioco, e promise a Sissa qualunque cosa egli avesse richiesto come ricompensa

Per tutta risposta, Sissa chiese in premio un chicco di grano per la prima casella della scacchiera da lui inventata, due per la seconda, quattro per la terza e così via, sempre raddoppiando fino alla sessantaquattresima ed ultima. 

Sembrava una richiesta modesta, e Sissa fu deriso da molti: avrebbe potuto chiedere molto oro, ma apparentemente si stava accontentando di qualche chilo di riso. 

Il principe ordinò che la richiesta fosse esaudita, ma dopo che i contabili di palazzo calcolarono il numero dei chicchi promessi, la verità venne presto rivelata: si trattava di pagare al furbo Sissa una quantità tale di riso che i raccolti di tutto il mondo non bastavano a soddisfare: diciotto miliardi di miliardi di grani di riso, pari a 600 miliardi di tonnellate!

Secondo una versione cruenta, la storia finì davvero male per Sissa, ma questo non ha importanza.

Vale invece tener bene a mente che ogni persona, così come quel granello di riso sulla scacchiera, ha la possibilità di espandere le sue relazioni all’infinito, indifferentemente verso tutti e verso tutto. 

In fondo, non lo dividono che soli sei gradi di separazione

24.2.22

E' tutto scritto nel vento

… ma si scrive per respirare”. E’ un aforisma dello scrittore Premio Nobel Elias Canetti, ideale punto di partenza di questa palingenesi che vede tra i protagonisti -e non certo per la sola assonanza- i migliori amici dell’uomo.

   Ritornando all’autore, Canetti esprimeva liricamente un concetto, proprio della teoria delle probabilità, che va sotto il nome di “paradosso di Borel” (o “teorema delle scimmie instancabili”): una scimmia, cui fosse stata messa a disposizione per un tempo infinitamente lungo una tastiera, potrà scrivere un testo in senso compiuto, forse anche la Divina Commedia, pur continuando a digitare casuale. 

      Una realtà tanto oscura quanto palese, evidente ed invisibile al tempo stesso, come il vento, che accomuna tra loro gli esseri viventi, a prescindere dalla barriera di specie.La storia di Evan Bisnauth, ne è chiaro esempio. 

       Evan è un ragazzino americano di undici anni, che, per la sua attività di volontariato, nel 2021 è stato insignito del premio “Kid of the year” istituito dalla ASPCA (American Society for the Prevention of Cruelty to Animals). Sin dal 2019, dalla sua casa del Bronx, accompagnato da sua madre, raggiungeva il rifugio per cani abbandonati di Manhattan per leggere libri agli ospiti del rifugio, come da progetto pilota della Animal Care Center.

      La fonte del flusso comunicativo -la lettura di un libro- stimolava una singolare interazione tra (piccoli) uomini ed animali: grazie alla presenza dei loro amici a quattro zampe, i bambini acquisivano maggiore sicurezza e padronanza nella comprensione del testo, ed al contempo il livello di stress da cattività degli animali veniva quasi azzerato dal suono delle parole e dal tono trasmesso dal lettore di turno, determinando una maggiore socializzazione, tra l’altro funzionale ad una futura adozione.

          Il talento di Evan, ben presto si è palesato.

         Non a caso, il suo libro preferito “Belly Rubbins for Bubbins“, di Jason Kraus, racconta la storia di un cucciolo che è stato messo in un rifugio e poi adottato. 

        Neanche le restrizioni per il Covid hanno fermato Evan che, attraverso la creazione di una pagina FB, ha continuato a pubblicare video con cani in attesa di adozione, con risultati a dir poco sorprendenti.

      Le comuni e condivise regole scientifiche sulle relazioni biotiche che si stabiliscono in una comunità tra individui di differenti specie non possono spiegarlo. 

     Non è predazione, parassitismo, sfruttamento, commensalismo, inquilinismo, facilitazione, simbiosi, mutualismo, amensalismo, competizione. 

        Non è nulla di tutto ciò. 

        E’ riuscire a prendere contatto, grazie al miracolo della comunicazione, con quel multiforme senso di unicità. 

        Ed è tutto scritto nel vento, a disposizone di chi voglia leggerlo.